Magic Forest: intervista ai Satoyama

4 febbraio  2020

Il quartetto eporediese dei Satoyama ha pubblicato il suo terzo album, “Magic Forest”, per la Auand, e prepara uno straordinario tour in oriente.

Luca Benedetto alla tromba, Christian Russano alla chitarra, Marco Bellafiore a basso e contrabbasso e Gabriele Luttino alla batteria propongono il consueto (per loro)  mix di jazz, suggestioni modali e indie rock. Li abbiamo intervistati.

 

Di Eugenio Mirti

Come nasce il nome del gruppo?
Christian Russano / Inizialmente per caso, è un nome trovato anni fa in un disco; informandoci abbiamo poi scoperto che ha molti significati, uno dei quali è  quello di  “villaggio di montagna”; a livello filosofico indica una zona o un paese in cui natura e uomo riescono a vivere serenamente.

“Magic Forest” è il vostro terzo album: qual è la vostra foresta magica ?
Gabriele Luttino /  Quello che ci circonda; abbiamo raccontato i nostri interessi  e li abbiamo “concretizzati” nei pezzi, che definirei musica a programma “politica” e impegnata; nel corso del tempo l’album è diventato un concept in cui ogni brano è legato a una tematica ambientale, dalla plastica nei mari alla deforestazione, e così via. La nostra è la foresta magica in cui vorremmo trovarci mettendo freno a una situazione troppo consumistica.

Vi descriverei come “Il jazz modale che incontra l’indie rock”: vi ritrovate in questa definizione?
Marco Bellafiore / Non ci siamo mai definiti e non ci abbiamo mai neanche provato, ci piace molto vedere le diverse espressioni che usano per noi. Mi piace il nostro incrocio di sound complessivo, personale e di gruppo, e cerchiamo di creare situazioni sonore più che dare risalto a uno strumento o a un altro. Siamo partiti dalle melodie e abbiamo costruito attorno un paesaggio; l’improvvisazione ha giocato il suo ruolo, ma è stata sempre pensata in relazione al colore del brano. E in effetti abbiamo infliuenze di jazz, post rock, classiche, indie…

Spesso i musicisti giovani tendono a fare dischi aggressivi che ne dimostrano il valore strumentale. Mi pare vi muoviate in una direzione diversa. È una scelta consapevole?
Luca Benedetto / Nel nostro inconscio forse vorremmo essere super tecnici, ma fondamnetalmente non siamo capaci. Ci siamo così detti: “cosa sappiamo fare”? E abbiamo sviluppato le nostre qualità. È vero che in molti dischi o live contemporanei forse c’è una esasperazione di alcuni parametri, e infatti il jazz moderno a volte non lo capiamo neanche troppo. È un discorso molto ampio.

CR / Il virtuosismo a volte è fine a se stesso, a noi piace pensare al brano e a che cosa serve per renderlo bello.

A marzo andrete in oriente...
CR / Le nostre idee nascono dal fatto che spesso siamo insieme e quindi ci confrontiamo. Per esempio se si va a suonare a Roma ci sono sei ore all’andata e sei al ritorno, e quindi si ascoltano dischi, si parla del futuro etc. Tornando da Berlino una volta, con un invito per suonare a Shanghai, ci siamo chiesti come saremmo potuti andare per inquinare poco. Ci sembrava che il modo migliore nel progettare fosse lavorare sul viaggio, e quindi abbiamo pensato di andare in treno e ridare alla natura quello che consumeremo in CO2 grazie alla sponsorizzazione di una azienda che in Cina è attiva nella mobilità con risparmio energetico.Anche per il dormire abbiamo creato una rete con le persone attraverso Intercultura, e sarà una bell’avventura. Per lasciare traccia del tutto tutto tramite Fabio Dipinto e l’associazione Incubatore Culturale di Venaria realizzeremo un documentario.

LB / Forse il viaggio lento è una dimensione “politica” che va divulgata; lo stare in famiglia, ecc, sottolineano che nella vita per noi tessere relazioni è fondamentale.

 

 

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