A Congregation Of Folks: un espresso con Daniele Germani

15 settembre 2021

Si intitola A Congregation of Folks l’album di esordio da leader di Daniele Germani, pubblicato dalla GleAM. Abbiamo intervistato il sassofonista italiano ormai newyorchese di adozione.

> Eugenio Mirti


Quale percorso di vita ti ha portato a diventare sassofonista professionista?
È nato tutto quando avevo tre anni; mia sorella suonava il pianoforte e la ascoltavo suonare, ricordo anche che vidi per sbaglio il film dei Blues Brothers e rimasi colpito da Lou Marini. Vengo da un paesino molto piccolo in cui fortunatamente c’era un buon ambiente musicale; presi lezioni di pianoforte, mi iscrissi alla banda del paese che era l’unico modo per imparare, feci processioni, imparai la musica e così via. Mi iscrissi poi al conservatorio di Frosinone intorno ai 13 anni con il maestro Eugenio Colomboche fu una grande fonte di ispirazione, mi diede da ascoltare delle cose di free jazz anche se studiavo sax classico. Poi partecipai a una masterclass a Perugia della Berklee; una parte della mia famiglia vive a Boston e mio zio me ne aveva già parlato, così feci la domanfa e mi diedero una borsa di studio completa. Studiando a Boston ho stretto amicizie con musicisti della mia generazione e finiti gli tudi avevo tre strade davanti: New York, Los Angeles o Nashville (come recording artist) così insieme ad altri amici ci siamo trasferiti tutti insieme a New York nel settembre 2017.

Gli amici dell scuola sono anche stati i musicisti che hai scelto per suonare nel disco.
Sì, c’è Jongkuk Kim che è un incredibile batterista coreano, che in questo momento sta facendo il servizio militare obbligatorio in Corea!  Poi Justin Salisbury al pianoforte e Giuseppe Cucchiara al contrabbasso. La scelta dei musicisti l’ho compiuta anche perché erano i miei coinquilini, conoscevano le mie composizioni, c’era un sound di partenza preciso e molta intimità tra di noi. C’è stato anche un grande aiuto da parte loro nella gestione delle registrazioni.

 

Trovo molti elementi di interesse nel disco, ma forse il primo è il tuo suono. Concordi?
Sì, il suono l’ho sempre considerato il biglietto da visita di un musicista. È la nostra identità, riconosciamo Parker con una nota, in fondo. Il mio tipo di suono deriva dalla scuola di Boston: George Garzone, Joe Lovano, Lee Konitz, sono stati miei insegnanti (insieme ovviamente ad altri) e hanno creato in me il tipo di sound che ho in testa. Ho avuto occasione di passare del tempo con Konitz negli ultimi due anni della sua vita, abbiamo ascoltato musica insieme, ho delle registrazioni delle nostre lezioni insieme. In questo momento sono ispirato da un suono molto scuro tipico più dei tenoristi.

Una scuola di pensiero dice che il jazz è cosmopolita e internazionale; un’altra sostiene che nel modo di suonare si sente da dove si viene. Come la vedi tu?
È molto importante il posto in cui si vive, però non penso che la nazionalità influisca sul modo di suonare. È ovvio che respirare l’aria del luogo dove vivi e delle persone che hai intorno può cambiare il modo di suonare: se un coreano vive ad Harlem e suona nelle chiese acquisirà il linguaggio e non si sentirà differenza con un autoctono.

Come ti approcci al comporre?
Un modo che mi ha aiutato molto è comporre ogni giorno. Decisi di intraprendere questo tipo di percorso – che è un po’ da pazzi! – a luglio 2019, mi imposi di scrivere un brano al giorno. Se avevo tre minuti ci mettevo tre minuti, se avevo tutta la giornata tutta la giornata. L’ho fatto per un anno e molte di queste composizioni non hanno senso, sono esercizi. Nel corso di questo processo ho dato un significato ai brani in base alla giornata, tenendo una sorta di diario in musica, sempre cercando di arrivare a una maggiore qualità tramite la quantità. Questa tecnica l’ho mutuata da Stevie Wonder e Quincy Jones con Michael Jackson, ma l’ho scoperta molto tardi. È un aspetto positivo che spero di migliorare ancora di più.

Come ti vedi da qui a dieci anni?
Vorrei scrivere altre mille composizioni, realizzare almeno due dischi all’anno, poter portare avanti qualsiasi progetto: è bello variare e registrare in trio, quartetto, quintetto e così via! Progetti diversi ma con il mio sound specifico, come ci insegnava Lovano durante le sue lezioni. Poi rimanere a New york e suonare con altri artisti. 

 


 

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