Un espresso con… Alex Semprevivo

Image Credits: Alex Semprevivo © Alex Semprevivo

7 ottobre 2020

L’intervista al batterista pugliese.

Alex Semprevivo è un brillante e giovane batterista pugliese che nel 2019 ha pubblicato il suo primo album da leader, Art Of The Messengers, un omaggio ai Jazz Messengers di Art Blakey, per la GleAm. L’abbiamo intervistato.

> Iug Mirti

 
Come nasce il tuo amore per la batteria e come ti sei avvicinato al jazz?
Tutto nasce grazie a mio fratello, anche lui appassionato di batteria. Agli inizi per ragioni di acustica e di spazio non potevamo permetterci uno strumento, ricordo che suonavo con due bacchette recuperate da una mazza di scopa “rubata” a mia madre) e per esercitarmi suonavo sui libri sistemati sul letto. L’emozione era comunque tanta, così come la passione che cresceva forte in me. Ricordo bene, quando per la prima volta, vidi dal vivo una batteria e mi sedetti a suonarla: i genitori del mio amico non credevano non ne avessi una vera in casa. Divenne per me naturale mettere in pratica ciò che avevo imparato ascoltando dai nastri audio e dai video visti in tv.
 
Finalmente la batteria arrivò a dodici anni. Ricordo ancora l’emozione, come ricordo bene il mio primo incontro con qualcosa che potesse chiamarsi jazz. Ascoltando un nastro dell’orchestra di Count Basie rimasi folgorato dall’ impetuosa spinta generata dall’insieme di quei musicisti. Quando poi mi concentrai sulla batteria, si aprì immediatamente un mondo. Iniziai ovunque a cercare CD e nastri di musica jazz ma gli inizi furono drammatici e confusionari. Non conoscevo la storia e l’evoluzione di questa musica e quindi non riuscivo a concepire alcuni artisti, ogni disco era una scoperta. Pian piano poi, con lo studio ho fatto ordine e reso tutto più chiaro.
 
 
 
Il tuo disco è un omaggio ai Jazz Messengers: quali sono gli elementi che hai mantenuto e quali quelli che hai cambiato seguendo la tua personalità?
Ho voluto dedicare il mio primo lavoro proprio ad una delle mie maggiori influenze, Art Blakey, un batterista capace di unire nei “Jazz Messengers” i più grandi musicisti della storia del jazz: Horace Silver, Clifford Brown, Hank Mobley, Kenny Dorham, Lee Morgan, Wayne Shorter, Johnny Griffin, Bobby Timmons, Freddy Hubbard, Winton Marsalis, Branford Marsalis e tanti altri. Dedicare quindi un disco ai Jazz Messengers significava per me omaggiare cinquanta anni di musica jazz. È stato un lavoro difficile ma nello stesso tempo molto stimolante, ho cercato di rispettare una grande tradizione (a cui sono immensamente legato) ma nello stesso tempo cercando di aggiungere qualcosa di nuovo, come ad esempio in Calling Miss Khadija arrangiato in tempo di cinque quarti e con l’aggiunta del minimoog , oppure in Wee Dot, con una ritmica che ricorda la classica second line tipica di New Orleans. Modifiche strutturali sulle sezioni di alcuni brani e il remix del brano No Problem affidato ad producer Jolly Mare.
 
Come hai lavorato agli arrangiamenti?
Gli arrangiamenti armonici e ritmici sono stati fatti a stretto contatto con il mio alter ego e pianista del progetto Angelo Mastronardi. Un lavoro su cui ci siamo concentrati per un molti di mesi.
 
 
Come hai scelto i musicisti? Qual è il ruolo del batterista leader?
Beh prima di tutto cerco di scegliere i musicisti sulla base di un mood ed un suono che voglio dare al progetto/disco. Quando parlo di musicisti includo anche il l’ingegnere del suono che lavora in studio, dalle prime riprese fino al mastering finale. Poi coadiuvare il lavoro delle prove, fare attenzione che la musica funzioni nel modo giusto. A questo punto, non sei più semplicemente il batterista della band, ma il “direttore” ed hai una grande responsabilità.
Poi secondo me, cambia anche un po’ l’approccio allo strumento. Se analizziamo appunto Art Blakey o Buddy Rich da sidemen (penso al disco “Soul Station” di Hank Mobley con Blakey, oppure a “The Art Tatum-Lionel Hamptom-Buddy Rich trio!) si nota subito come emerga meno il lato solistico, dando così maggiore rilievo all’ensemble.
 
Stai lavorando a un seguito? Sarà nuovamente un “omaggio” rivisto o ti dedicherai a un progetto ancora più personale?
Sì, il mio secondo disco non sarà un omaggio, sto lavorando su dei brani originali. Un lavoro molto stimolante che finalmente mi mette in gioco dal punto di vista compositivo; non voglio anticipare altro, ascolterete presto!
 
 
 
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