Crossing The Red Sea: un espresso con Eden Giat

Image Credits: Eden Giat (C) Yossi Zwecker

19 giugno, 2021

Un dialogo, in compagnia di Eden Giat, per conoscere e ascoltare il suo album d’esordio.

> Jessica Benfatto


Registrato a Tel Aviv Crossing the Red Sea esprime appieno le intenzioni di Eden Giat, giovane pianista israeliano, di ricercare un’identità propria, in equilibrio tra i due mondi musicali che emergono dalle composizioni. È una danza, ricercata e intelligente, che unisce i ritmi e le strutture della musica improvvisata al lirismo del canto mediorientale, un connubio vivace, profondo, e mai retorico.
 
Cosa significa per te “Crossing The Red Sea” e perché hai scelto queste parole come titolo dell’album?
“Attraversare il Mar Rosso” è un’espressione tratta dalla storia dell’Esodo biblico che descrive il processo di liberazione degli israeliti dalla schiavitù in Egitto. Per me simboleggia il percorso verso la libertà interiore. Questo titolo si collega all’atmosfera dell’intero album e al mio processo di creazione. Questo processo che nasce dall’esprimermi nel mio linguaggio musicale, mi libera un po’ dalle mie lotte interiori. La musica ha il potere di trasformare il dolore in amore, e questo amore libera l’anima.
 

Spero che tra dieci anni sarò un essere umano migliore, anche più felice. Spero di imparare cose nuove ogni giorno. Imparare, approfondire è ciò che mi dà significato. Spero di condividere il mio dono musicale con coloro che lo desiderano e di continuare ad andare avanti.

 
Ascoltando il disco, già dal primo brano, l’ascoltatore è trasportato in un ambiente sonoro ibrido: da un lato c’è l’occidente con la formazione jazzistica e dall’altro tutto il lirismo delle melodie mediorientali. In che rapporto convivono in te queste due sonorità?
Giusto. Direi che il linguaggio jazz è la mia vocazione principale, i miei più grandi maestri sono artisti come Bud Powell, John Coltrane, Keith Jarrett… Ma questo studio è sempre legato alla scoperta della mia personalità. Sono queste le melodie da cui sono attratto e questi sono i colori musicali che amo. E riguardo al suono mediorientale, ho ascoltato molti tipi di musica etnica, alcuni originari di qui, in Israele, ma anche da tutto il mondo. Ad esempio, ho fatto un viaggio con mia madre in Marocco quando avevo 18 anni e sono sicuro che la musica che ho sentito in quel luogo mi ha colpito molto. Quindi, naturalmente, quando compongo immagino che vengano fuori questi colori folk.
 

 
 
Nella tua biografia si legge che hai cominciato a studiare musica sin da piccolissimo. A due anni le percussioni, a cinque il pianoforte, gli studi classici e dopo ti sei dedicato al jazz per poi condensare tutto nella composizione. I brani incisi in quest’album li hai composti appositamente per questo disco o sono una raccolta di tue composizioni scritte nel corso degli anni?
Sì, mio padre è un grande batterista e il ritmo è sempre stato dentro di me. Lui, tra l’altro, ha anche suonato in un sacco di dischi jazz, e sin da bambino il jazz non era nuovo per le mie orecchie. Poi all’età di cinque ho chiesto di imparare il pianoforte e così ho iniziato a studiarlo nello stile classico. Sono stato immerso nel mondo classico per diversi anni e questo periodo mi ha insegnato molto sulla musica in generale, sull’intenzione profonda di ogni nota, sul far cantare lo strumento e altro ancora. Al liceo mi sono sentito un po’ stanco di questa pratica così intensiva, era diventato lavoro e io, invece, volevo ispirazione. All’epoca lo studio del jazz era per me la cosa più naturale, perché ci sono cresciuto dentro e ho sempre amato improvvisare. E anche la composizione è stata una pratica che ho esplorato fin dalla tenera età, e si è sviluppata lentamente nel corso degli anni. Per quanto riguarda le composizioni dell’album: no, non le ho scritte apposta per questo disco, ogni brano mi è arrivato a suo tempo, non l’ho forzato, è semplicemente venuto. Dopo aver suonato diverse mie composizioni per un po’, ho sentito che c’era della comunanza nelle sette che ho scelto. Il repertorio di questo album include brani che ho scritto negli ultimi due anni, e la maggior parte di questi è stata provata ed eseguita dal mio gruppo per un anno circa: in questo periodo la musica si è sviluppata in modo diverso da come era stata suonata per la prima volta. Ho aggiunto e tolto più e più volte sezioni diverse, e spesso mi sono ritrovato a cercare una scrittura più semplice e accurata.
 
 
C’è un brano contenuto in questo disco a cui sei più legato?
Beh, onestamente è difficile perché li amo tutti. Sento che “Nash Didan” ha delle qualità davvero uniche, non ho mai composto in questo modo e adoro quel suono.
 
Parlando ancora di composizione: com’è stato adattare i ritmi della musica di Israele con il jazz?
Come ho detto, non è mai un “mescolerò questo con quest’altro”. Mi viene naturale. E una volta che c’è una composizione, il nostro lavoro è quello di essere al servizio del brano, suonare con i colori che si adattano al pezzo, e, soprattutto, non rimanere in qualche comoda zona conosciuta.
 
Il tuo quintetto ha un impasto sonoro molto riconoscibile, e nonostante la giovane età ci sono delle idee creative originali. Come hai scelto i tuoi collaboratori e quali pensi siano i loro punti di forza?
Sì, ti ringrazio per questo complimento.  Sapere che il nostro suono si distingue significa molto per me. Anche questo gruppo, come le composizioni, è nato in modo naturale, anzi per una specie di “errore”. Prima avevo un trio, e il batterista stava per volare per studiare a New York, quindi ho pensato di realizzare per il nostro ultimo spettacolo insieme qualcosa di diverso, e ho subito pensato di far suonare Yuval Drabkin al sassofono. Per questo concerto ho anche scritto due delle composizioni che appaiono nell’album. Il legame con Yuval è stato davvero fantastico fin dall’inizio, e mi sono innamorato di quel suono di quartetto. Per quanto riguarda Nitzan, frequentavamo lo stesso liceo artistico e abbiamo suonato molto insieme sin da ragazzini, quindi è stata anche una decisione naturale. È Nitzan che mi ha messo in contatto con David, loro hanno suonato molto insieme mentre io lo conoscevo solo superficialmente. Penso che Yuval abbia uno dei miei suoni preferiti di sempre, così pieno di sentimento, caldo, morbido e diretto. Nitzan ha un modo di suonare la batteria molto colorato, produce trame speciali e ha anche un grande orecchio per la melodia e l’armonia. David ha un suono rotondo, una grande sensazione ritmica ed è a servizio della musica.
 
 
 
Tra le tue collaborazioni ne è annoverata una con il bassista Avishai Cohen che ti ha scelto la scorsa estate per incidere un suo lavoro in uscita. Cosa hai imparato da questa esperienza?
Sì, in realtà ho incontrato Avishai per la prima volta quando è venuto a uno spettacolo del mio quartetto per “darci un’occhiata” e più tardi abbiamo iniziato a suonare insieme in alcuni concerti e nelle registrazioni. È stata una grande esperienza per me, ho imparato molto da lui su groove, presenza e ascolto attivo.
 
Cos’è, secondo te, oggi il jazz? Qual è il legame fra i giovani e la musica improvvisata? 
Wow, bella domanda. Posso dire come è in Israele. Qui c’è una grande passione per il jazz tra i giovani, presumo per via dei tanti grandi artisti cresciuti qui a cui ci ispiriamo, e per l’alto livello degli insegnanti di jazz. Per me questa musica è viva, ma secondo me può esserci anche un pericolo nella idattica jazz di oggi. Vedo dei giovani che suonano bei fraseggi e assoli dei grandi di sempre, ma poi suonano automaticamente, senza carattere, senza anima, senza correre rischi, e questo per me è l’opposto dello spirito jazz.
 
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