Firenze Jazz Festival: un espresso con Francesco Astore ed Enrico Romero

11 maggio 2021

Il nostro viaggio alla scoperta della black music italiana prosegue. Prossima fermata: Firenze Jazz Festival. 

> Gabriele Sinatra


Lettrici e lettori di JazzEspresso vi dò il benvenuto al secondo episodio di #bluemamavibes. Oggi siamo in compagnia di Francesco Astore ed Enrico Romero per una doppia intervista alla scoperta del Firenze Jazz Festival.

Enrico, partiamo dalle origini: come nasce il festival e come funziona.
Il festival nasce nel 2017 come branca del Torino Jazz Festival, o meglio della sua costola: il Fringe Jazz Festival. Dopo il cambio di giunta su Torino, e la conseguente rimozione del TJF dal palinsesto di eventi culturali della città, il Fringe ha trovato sponda su Firenze per trasferirsi e trovare una nuova casa. Per essere più specifici, la zona coinvolta è quella dell’Oltrarno.

Durante le prime tre edizioni del Firenze Jazz Festival abbiamo allestito un grande palco per gli eventi principali, organizzando parallelamente una serie di eventi minori e jam session diramate in tutta la città. Di solito l’ingresso ai nostri eventi è gratuito, ma l’anno scorso, per via della pandemia, siamo stati costretti ad organizzare un festival in edizione ridotta con concerti a biglietto. Per l’edizione 2021 stiamo cercando di tornare alle origini, ma sicuramente saremo ancora vittime dei postumi da Covid.

Francesco, qual è l’impatto di un festival come il vostro sull’economia del territorio?
Il festival è strutturato per essere un insieme di feste, il nostro obiettivo primario è quello di tessere una rete che possa portare benefici per tutti.

FA / Firenze Jazz fa parte di Estate Fiorentina, in primo luogo quindi la protagonista è proprio la città di Firenze. La nostra rete è però internazionale, oltre a varie collaborazioni locali con diverse entità note a Firenze, abbiamo delle partnership con il Jazz Re:Found e con il Festival di Edimburgo, solo per citarne due. In generale riteniamo che il tessuto culturale debba fondarsi sulla rete, bisogna essere inclusivi. D’altronde “cultura” viene dal latino “colere”, ovvero coltivare; bisogna coltivare e prendersi cura anche di terreni che non sono già pronti, belli e fatti, bisogna coinvolgere più soggetti possibile per coltivare una società più attenta, più educata.

ER / Gli eventi culturali e musicali sono importantissimi: in media per ogni euro investito in cultura ne tornano almeno tre o quattro sul territorio. Quando si parla di grandi eventi la gente contribuisce allo sviluppo dell’economia cittadina. Nel nostro caso le persone arrivano a Firenze, si fermano in hotel, locande o B&B, si dedicano allo shopping, visitano i musei, frequentano bar e ristoranti. L’evento musicale è solo uno dei vari momenti di vita cittadina, è il momento clou, ma intorno ad esso c’è un mondo da vivere e da scoprire.

La vostra definizione di un grande evento!

Un grande evento non si limita al giorno dell’apertura al pubblico, la parte davvero importante riguarda quello che avviene prima e dopo: si tratta di ingegneria culturale.

Come abbiamo sottolineato poco fa, bisogna partire dal coinvolgimento delle realtà locali, piccole o grandi che siano, con l’obiettivo primario di realizzare qualcosa di bello tutti insieme, allinearsi per conseguire un obiettivo comune, seguendo i principi di inclusione, integrazione e collaborazione. Se non si fa così, il rischio di scatenare una guerra tra grandi e piccoli è elevatissimo, e porta ad innescare meccanismi terrificanti utili soltanto ad impoverire e lacerare il territorio. Per quanto riguarda la nostra personale filosofia, il Firenze Jazz Festival vuole organizzare grandi eventi coinvolgendo il più possibile le piccole realtà territoriali.

Enrico, parliamo ora di direzione artistica: come selezionate i progetti musicali? C’è spazio per gli artisti indipendenti italiani?
La nostra direzione artistica è affidata ad un comitato presieduto da Francesco e di cui io sono coordinatore. Uno dei punti cardine del nostro lavoro è da sempre la promozione di musica emergente e indipendente del territorio. Si passa da grandi nomi ad artisti di nuova generazione, dipende tutto dalle location e da quali artisti possono essere i più adatti per ogni situazione. Nel 2019 ci sono stati oltre 40 eventi, lo spazio c’è per tutti. Inutile specificare che l’attenzione è sempre sulla qualità della musica, a prescindere dalla notorietà degli artisti selezionati. La black music non ha barriere, i nuovi generi di nicchia non vanno mai esclusi, non esiste solo il jazz tradizionale. Da un punto di vista dell’offerta quindi, il nostro festival ha cercato di non chiudersi mai nei parametri del blues o del jazz tradizionale, c’è e ci sarà sempre spazio per quello, senza ombra di dubbio, ma non bisogna mai dimenticare che la musica si evolve e, per diretta conseguenza, è fondamentale conoscere e creare opportunità per il sound di oggi e di domani.

La prossima domanda è per Francesco. Parliamo di musica e managerialità: in Italia c’è poco interesse per i concerti o chi sta dietro le quinte non riesce a far percepire al pubblico il grande valore sociale, culturale ed economico della musica dal vivo?
A parer mio la crisi e le difficoltà riguardano più come viene gestito il settore che sulla voglia della gente di vivere esperienze e partecipare a qualcosa di importante. C’è una dicotomia, una parte importante del mondo culturale si è chiusa in se stessa sperando negli aiuti pubblici. Non ho niente in contrario, ma le realtà culturali devono confrontarsi con quello che sta intorno a loro, devono interagire in prima persona con il territorio perché sul lungo periodo l’assenza di coinvolgimento è devastante. I fondi pubblici sono fondamentali e vanno incrementatii, dopodiché bisogna essere in grado di educare il pubblico e aiutarlo ad essere coinvolto. Il pubblico deve essere aiutato a vivere un’esperienza, a vivere qualcosa di bello, esclusivo, memorabile. Un grande evento è quasi per definizione un qualcosa che rimane nella memoria collettiva, e sta a noi la realizzazione di eventi stimolanti, coinvolgenti, imperdibili.

La chiave della sostenibilità in ambito musicale? Provate a rispondere insieme.
L’argomento è tanto spinoso quanto attuale, dipende sempre da cosa si vuole fare. Certo è che se si punta in alto, se si vogliono organizzare eventi in grado di coinvolgere migliaia di persone e grandi nomi servono fondi, e la reperibilità di fondi non è affatto scontata, anzi è piuttosto difficile. Sicuramente servono più aiuti da parte delle istituzioni ma bisogna anche essere bravi nel generare interesse per attirare finanziamenti privati. Il discorso è sempre lo stesso, sta a noi, a chi lavora dietro le quinte, trovare la capacità di progettare, ideare, realizzare eventi freschi, al passo coi tempi, in grado di attirare l’attenzione di finanziatori ed enti pubblici o privati in primo luogo, ed ovviamente del pubblico.

La chiave per la sostenibilità secondo noi è la conoscenza del territorio. Guardiamoci intorno: quali sono le risorse che abbiamo a disposizione? Come possiamo metterne in risalto i punti di forza? Partiamo ponendoci questa domanda, creiamo delle connessioni, uniamo le forze. Questo è il primo passo per la sostenibilità: impariamo a valorizzare ciò che abbiamo a portata di mano, il resto, gradualmente, vien da sé.

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