Abbiamo tutti un blues da piangere: un espresso con Giovanni Tommaso

Image Credits: Eleonora Vantusso

30 agosto 2022

Giovanni Tommaso, tra i jazzisti italiani di fama mondiale, fondatore nel 1971 dei Perigeo, si collega alla storia di differenti scenari cruciali per il jazz. La sua avventurosa vita che ha segnato tappe fondamentali per la costruzione di un nuovo genere di jazz tutto italiano, è generosa di storie e aneddoti.

> Marco Basso


Durante l’ultimo Salone del Libro di Torino nel maggio scorso ha presentato la sua autobiografia intitolata “Abbiamo tutti un blues da piangere”, Edizioni Albatros. Si tratta di un libro intimo e sentito che mette in risalto la “musica sincera” espressa da Tommaso dagli esordi al Perigeo, fino ai giorni nostri, in un percorso di testimonianze rilasciate sia dai membri della sua numerosa famiglia, sia da famosi musicisti  che con lui hanno segnato la storia del jazz.

Giovanni Tommaso inizia a suonare la musica afroamericana da autodidatta, per arrivare a calpestare  palchi impensabili, accompagnando stelle del firmamento come Charles Mingus o Chet Baker; durante la seconda guerra mondiale visse i bombardamenti di Lucca, sua città natale, e fece le sue prime esperienze nelle navi di crociera transoceaniche per poi esibirsi giovanissimo nei music club di New York; fu strumentista, arrangiatore e produttore in RCA a contatto con artisti del calibro di Mina, Cocciante, Morandi, Gaetano e Graziani. A Roma, insieme a Pepito Pignatelli, aprì il Music Inn, uno dei club di culto per il jazz dell’epoca e divenne un punto di riferimento per l’avanguardia musicale con il suo quintetto Perigeo. Ad oggi esercita ancora impeccabilmente la sua professione d’artista grazie al suo tocco inconfondibile.

Per me è stato un enorme piacere ritrovare Giovanni Tommaso dopo tanti anni in occasione della presentazione torinese del libro: conversare con lui è sempre magico per la cortesia con cui risponde alle domande e per le incredibili storie legate al suo contrabbasso sempre raccontate con tono garbato. Esattamente la stessa disposizione, pazienza e attenzione che aveva quando io ragazzino lo intervistavo dopo i concerti del Perigeo per una radio privata.

 


Giovanni Tommaso e Marco Basso

 

“Abbiamo tutti un blues da piangere” è un titolo azzeccatissimo per un libro che ripercorre tutta la vita di Giovanni Tommaso musicista e compositore, ma riprende anche il titolo del secondo disco del Perigeo, il suo formidabile gruppo degli anni 70.
È un titolo che mi è proprio cucito addosso. Per un attimo ho avuto il dubbio di cavalcare qualcosa che era nato per la musica, però poi mi sono detto, un momento, il brano l’ho scritto Io, io ho fondato il gruppo, non credo di rubare niente a nessuno. E questo titolo devo dire ha avuto un grande successo, perché piangere il blues non esisteva prima in Italia. Io l’ho, in un certo senso, preso in prestito da una storia che mi è stata raccontata da un testimone di ciò che accadde molti anni fa: un incontro tra Billie Holiday e Sarah Vaughan. Accadde che in camerino, tra il primo e il secondo tempo, Sarah si presentò alla  già notissima  Holiday come una cantante giovane e promettente ed ebbe la sfacciataggine di chiedere alla Holiday se l’avrebbe fatta cantare in un pezzo insieme a lei. Billie era seduta davanti allo specchio del suo camerino e la squadrò: “Why not?” ovvero “Perché no?” E Sarah chiese “Cosa potremmo cantare?” E lei, “Dimmi tu”; “Potremmo fare un blues” e la risposta fu “I want you to know nobody can cry, the blues like I do, are you sure you wanna sing a blues?” La traduzione è “Nessuno può piangere il blues come me, sei sicura che lo vuoi cantare?” e così andò, e Sarah in quel duetto si comportò benissimo e fece poi una brillante carriera diventando una delle migliori esponenti del canto jazz.

 

 

Come nasce l’esigenza per un musicista di raccontarsi in un libro?
Ti racconto cosa è accaduto a me: quando compii 50 anni, mia moglie organizzò una bellissima festa a casa nostra: tanti amici, tanti jazzisti e molti mi dissero “Ma dai Giovanni, devi scrivere un libro”. Io ridevo, ma quella stessa sera quando tutti se ne andarono mi dissi, ma in fondo non ci avevi già pensato? Allora mi sedetti e scrissi una frase su un quaderno tanto emblematica quanto volgare per ricordarmi di questa intenzione. Così nel tempo, ci ho messo più di vent’anni, ma ho continuato a prendere appunti. Un affondo considerevole glielo diedi quando andai a vivere per cinque anni in California nell’Orange County, avevo molto tempo libero perché volevo suonare poco e concedermi un po’ di mare e di relax dopo anni e anni di tour in giro per il mondo. Quando è arrivata la pandemia e di conseguenza il periodo obbligato di isolamento, la pausa forzata mi ha permesso di concludere il libro.  

A mio avviso uno dei pregi del libro è lasciare una memoria della tua carriera, che ha avuto attraverso  incontri approfonditi e non, con tanta musica e musicisti, l’occasione di costruire la tua straordinaria professionalità.
Mi sento fortunato perché sono stato al posto giusto nel momento giusto: per esempio il poter vivere a New York per molti mesi e sentire la musica che amavo e il repertorio che bene conoscevo. Ascoltare Davis in quintetto con Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones . Assistere ai loro concerti e conoscerli di persona, per me autodidatta, è stato come andare a scuola. O ancora, quando alla fine degli anni 50 i grandi jazzisti americani venivano in Europa, non venivano col loro gruppo, perché il giro del jazz era molto più povero; quindi, nei diversi paesi, si avvalevano della collaborazione di musicisti locali che gli venivano segnalati. In Italia, essendo io tornato da New York, al di là del mio spessore artistico che mi guarderei bene dal giudicare, però possedevo il linguaggio che avevo imparato là, il tipo di approccio, il groove, il walking al contrabbasso.

Proprio allora un critico francese sul Jazz Magazine mi definì l’enfant prodige italiano del contrabbasso: sicuramente esagerava, ma questa sua recensione mi aiutò molto a crearmi una certa fama in ambito internazionale. Così quando Johnny Griffin, Mal Waldron o Art Farmer venivano qui in tournée, mi chiamavano. Questo mi ha permesso di creare grandi opportunità lavorative da cui ho imparato moltissimo. E sempre per la serie “stare al posto giusto nel momento giusto”, ancora ricordo quando in un festival in Jugoslavia, vi partecipavo con il pianista triestino Amedeo Tommasi e il batterista torinese Franco Mondini,  finito il concerto mi dissero che c’era un musicista che mi voleva conoscere: era John Lewis, niente di meno che il pianista del Modern Jazz Quartet; mi offri di registrare un disco con lui per l’Atlantic. Quando mi chiamò il suo produttore mi rifiutai, perché non mi sentivo all’altezza. Allora mi richiamò lui in persona: “Ti ho ascoltato e se ti cerco significa che sei in grado di suonare con me. Muovi il sedere e vieni qua”.

 

 
In Europa ci sono musicisti eccezionali, ma per la ritmica, è sempre difficile trovare musicisti europei che abbiano il groove, il mood tipicamente americano e certo di origine africana: in fondo la poliritmia arriva proprio da lì.
Sono d’accordo. Fino a qualche decennio fa era così, oggi il gap si è molto mitigato. Ma certamente sono pochi i jazzisti europei che quando si tratta di suonare certo tipo di jazz, legato al bop, quello che in gergo è il famoso quattro, quindi con il basso e la batteria che pronunciano il groove swing, ci riescano con naturalezza. Per questo gli afroamericani, in effetti, hanno una marcia in più. Ma non è un offesa: le ritmiche europee vanno in un’altra direzione; è un limite che non rappresenta una lacuna così importante, appunto perché gli europei suonano una musica un po’ diversa dal mainstream americano.

Ciò nonostante, il percorso fatto negli ultimi anni, secondo me, è stato di grande evoluzione. In particolare da noi: il jazz italiano è apprezzato e riconosciuto in tutto il mondo e abbiamo ottimi musicisti anche noi, grazie alle scuole di jazz di alta qualità. La tecnica è importante, però ci vuole sempre molto cuore. Io credo che soprattutto nel Jazz, se tu non hai il cuore il sentimento, non hai quella capacità di tradurre in suono cosa provi, quello che hai dentro. È il famoso quid che molti bravi non hanno. Poi ci sono quelli che hanno questo e quello. Indubbiamente la tecnica attira. I giovani ne sono affascinati. Il fatto che io diriga le clinic che sono un punto di osservazione ideale, mi ha consentito di vedere la crescita di alcuni ragazzi. Hanno fatto una bellissima carriera. Alcuni di questi vincendo la borsa di studio, sono andati a Boston, hanno finito gli studi lì; qualcuno poi si è mosso verso New York e ha fatto una carriera incredibile.

A volte sembra che sia lo strumento a sceglierti, soprattutto quando c’è una fisicità straordinaria quale ha il contrabbasso, uno strumento che abbraccerai tutta la vita.
Nel mio caso il fattore scatenante fu casuale: io studiavo il pianoforte con mio fratello con lezioni impartite a casa, dall’insegnante del conservatorio di Lucca, maestro Boccherini. Da pessimo studente quale ero non studiavo, però mi piaceva improvvisare snobbando gli esercizi e le sonatine. Questo mi portò istintivamente a privilegiare la mano sinistra e ricordo di aver imparato con questa a suonare il boogie woogie in modo molto agile: la destra improvvisava, ma la sinistra provocava suoni gravi che mi attraevano e mi facevano vibrare, una sensazione davvero inebriante.

Quando nel gruppo di mio fratello Vito, pianista, con Antonello Vannucchi, vibrafonista, Gaetano Mariani, chitarrista, Piero Giusti, batterista, se ne andò il contrabbassista Sandro Paganucci ingaggiato dal baritonista bolognese Giancarlo Barigozzi per una lunga tournèe in Oriente, venni invitato a provare a sostituirlo. Così ho iniziato, ma il fascino per le frequenze basse è stato scatenante.

 


Ho percepito, leggendo il libro, un clima sempre gioioso.
Direi proprio di sì! Da adolescente ero taciturno a casa e esuberante fuori. Gli americani mi definiscono up person, uno sempre positivo. Apprezzo molto le cose che ho e sono molto grato alla vita. Vivo a Mentana e confino con la casa di Morricone che ho conosciuto bene. Quando apro la finestra e esco sul balcone di casa ringrazio la provvidenza e gioisco per quello che ho e la continua voglia di fare cose. Sono molto propositivo e ora mi è venuta una idea forte che accenno solo per questioni scaramantiche, anche perchè ho 81 anni…

Vorrei ripercorrere le mie tracce, termine che è la parola chiave. Ripercorrere dall’inizio la mia carriera come compositore, scegliere un brano rappresentativo per ogni tappa e rivisitarlo come oggi io lo sento da musicista  e farne un disco: sperando di essere almeno a livello di quei momenti in cui avevo concepito quei brani…non è facile. L’idea è suonare in trio anche se è il combo più impegnativo in assoluto: non ci si può nascondere mai!

 

 

Chi o cosa ti ha più commosso, raccontandolo nel libro?
Indimenticabile l’esperienza alla Rai: Carole, mia moglie, attendeva il nostro primo figlio; la vita del jazzista non era la più adatta per attendere economicamente alla prossima famiglia. Quindi cercavo qualcosa che mi permettesse di tirar su qualche lira in più, e, grazie a un amico, mi presero come assistente musicale per qualche mese al TG1. Cercavo le musiche per alcuni filmati che andavano sul telegiornale:  poca roba, non avevo tanto spazio; ma un certo punto arrivò la notizia dal direttore della morte di John Coltrane: “E’ morto questo qui-dice- fate voi un servizio perché io non so chi sia”. Il mio capo neppure lo conosceva, però mi convoca subito; “Giovanni, questo sappiamo che è un jazzista, fai tutto te”;  io scrissi il testo che venne poi letto come necrologio. Da lì mi offrirono di commentare alcune inchieste di carattere giornalistico prodotte dal TG 1: usavo musica jazz dalla discoteca Rai, ricercando per loro però musica sconosciuta, per esempio Sun Ra, piuttosto che alcune cose di Monk, oppure i primi albori di Davis, non acustico, ma da quando cominciava, da “Bitches Brew”, a usare l’elettronica  giocando sulla contaminazione.

Così le mie scelte musicali come commento  alle immagini piacquero molto tra i giornalisti e finì per diventare un assistente musicale molto richiesto. Da lì presi coraggio e questo lavoro sfociò poi nelle mie prime composizioni: invece di andare in discoteca, chiedevo al giornalista di poter adoperare musiche a mia firma: queste conquistavano. Da lì mi si è aperta una carriera di compositore: ho fatto per la Rai tutta la serie di Buster Keaton, tutti i film Harold Clayton Lloyd, di John Ford, i primi film western, ho fatto i sessantacinque telefilm prodotti da Pupi Avati. Insomma, ne ho combinate di tutti i colori, grazie a quell’esperienza lì! E poi dovrei aggiungere che essendo un pessimo studente, proprio perché andavo al cinema e vedevo due film al giorno, quella trasgressione è stata la mia università, perché ho imparato a collegare la musica di commento con le immagini. Devo tutto a questo strane…trasgressioni.

 

 

Comunque sono affezionato a tutti i personaggi di cui parlo nel mio libro. Parlando di musicisti non posso dimenticare Mal Waldron: mentre andavamo in Polonia, in aereo tiro fuori gli scacchi. Lui era un giocatore appassionato, io non avevo mai giocato. Mi spiego per bene le regole e giocammo. Vinsi. Mi chiese la rivincita e naturalmente vinse lui; ma gli rimase sempre il dubbio che io avessi bluffato. Ho passato anche momenti molto difficili. Ma pure questi li ricordo con piacere.

Avevo bisogno di guadagnare e pensai che fare il turnista poteva essere un ottimo impiego. Ricordo il mio primo turno con Morricone: io non sapevo leggere così bene la musica e mi venne male quando mi trovai davanti a uno spartito quasi impossibile; allora mi inventai uno stratagemma. Il maestro mi conosceva già, perché quando suonai con Chet Baker per quasi un anno, incidemmo alla RCA di Roma quattro brani cantati e l’arrangiatore e direttore d’orchestra era proprio Ennio. Mentre mi invitava a suonare, feci finta di aver problemi con l’amplificatore. Lui decise che l’orchestra facesse comunque una prima lettura del brano. Ascoltandoli attentamente provare, sempre facendo finta di trafficare sul mio amplificatore, mi salvai comprendendo chiaramente quale doveva essere il mio ruolo nel brano che immediatamente dopo registrammo.

Uno dei regali più belli che ho avuto in vita mia è stato in occasione dei miei 60 anni di carriera da professionista:  il docufilm “Giovanni Tommaso: la coppa del jazz” realizzato da una mia figlia Vivian. Il titolo è ispirato ad un notissimo contest musicale radiofonico del secondo programma di Radio Rai agli inizi degli anni 60. E’ stato proiettato alla Cappella Orsini a Roma e poi all’Università della Sapienza con tanti giovani studenti interessati. Il progetto originale e già stato candidato ai Nastri d’Argento. Davvero una grande commozione!

 

 

Visto che ci incontriamo a Torino che ha avuto, e ancora oggi ha, un ruolo importante nella storia del Jazz italiano, hai qualche aneddoto?
Certamente. Suonavo in un teatro, qui a Torino: alla fine del primo set Maurizio Lama e suo fratello Toni mi chiesero “Senti, ti andrebbe di fare un pezzo? Invitiamo un trombonista giovane torinese, suona bene” dico, va bene, OK. Era Enrico Rava: nonostante io fossi più giovane, avevo cominciato prima di lui. Suonò un blues. E poi mi domandarono: “Che ne pensi?”- dico – “va bene, ha talento”. Dopo poco si trasferì a Roma e si mise a suonare poi la tromba ed è diventato quello che è diventato. Suonai anche una settimana allo Swing Club che in alcuni anni è stato davvero un club di riferimento in Europa per il jazz mondiale.

Toni Lama l’ho visto non tanto tempo fa, a casa, perché venne a farmi una video intervista per un documentario che stava realizzando per celebrare il club Music Inn di Roma. Poi a Torino ricordo Roncaglia, scriveva per Musica Jazz, e anche Sergio Ramella che per anni ha infiammato con i festival e concerti jazz  la città. Mi è dispiaciuto tanto sia mancato troppo presto: ecco, vedi, un altro blues per piangere, ma anche gioire per tanti.

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Marco Basso, nato a Torino l’8 febbraio 1958, laureato in Lettere con indirizzo artistico, docente di Storia dell’Arte; dal 1981 giornalista pubblicista; scrive su La Stampa come critico musicale. Dal 1976 ha collaborato con GRP Radio, Radio Reporter e Radioflash; dal 1983 al ’97 con la RAI, dopo aver vinto un concorso nazionale (Stereodrome, Planet Rock, Rai Stereonotte).
Idea con Nicola Campogrande “Le Chiavi Della Musica”, progetto di divulgazione musicale per gli studenti delle superiori avviato nel 96 per il quale scrive il testo “Orecchie: istruzioni per l’uso”. Progetta Radio Atrium per le Olimpiadi Invernali e dal 2004 al 2007 ne segue la programmazione.
Prosegue  l’attività radiofonica in fm (Gruradio 93.3) e web (Ldc 95). Per il Torino Jazz Festival realizza “Pagine di Jazz” nel 2012, e nel 2013 “Ars Captiva Groove” . Nel 2015 scrive il libro “Torino la città del Jazz”. Presenta a Mascalucia (Catania) l’Etna in Blues Festival 2011,2012, 2013;  l’ultima serata del Moncalieri Jazz Festival del 2013, 2017, 2018, 2019 e le quattro serate in streaming nel 2020. 

 

 
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