Spirit Fingers: un espresso con Greg Spero

Image Credits: Spitir Fingers © Greg Spero

4 ottobre, 2020

“Il Jazz non si possiede, è un ideale, vissuto da chiunque scelga di viverlo, e sono orgoglioso di essere un artista jazz”. Greg Spero

> Ivano Rossato 


Quale evoluzione pensi ci sia in Peace rispetto al primo album Spirit Fingers, e cosa è cambiato nell’interazione tra i musicisti?
L’album Peace è la rappresentazione di una mente aperta. Credo che per trovare la pace dobbiamo lasciare andare gli aspetti della nostra identità a cui ci aggrappiamo e aprire i nostri cuori e le nostre anime alle prospettive e alle vite delle altre persone. Nel primo disco omonimo degli Spirit Fingers, sono stato intransigente. La mia visione era granitica e ho modellato l’ambiente circostante per adattarmi a un’idea sonora molto specifica che avevo nella mia testa. È stato un processo estenuante e, sebbene abbia generato uno dei lavori di cui vado più orgoglioso, è stata un’esperienza di creazione in solitudine, anche quando si registrava con un gruppo.
 
 
Dopo aver realizzato la mia visione iniziale, e mentre continuavo a vedere il mondo diventare sempre più in contrasto con se stesso, ho sentito che era ora di allentare la presa sulla produzione della band, aprire il mio cuore e la mente al panorama sonoro in cui sono stato immerso per così tanto tempo, ho tenuto conto dei gusti culturali e ho lasciato che qualcosa di più organico si generasse naturalmente dai cuori e dalle menti di Mike Mitchell, Max Gerl, Dario Chiazzolino e gli altri brillanti artisti con cui stavo creando.
 
Sono arrivato alla sessione di registrazione di Peace con quattro canzoni scritte e il resto è stato improvvisato e composto in studio. Puoi sentire la reminiscenza delle mie precedenti scelte stilistiche in “Nails”, ma la mia nuova determinazione nel lasciare andare il controllo ha permesso che composizioni improvvisate come “Goodbye” si manifestassero durante trascinanti session spontanee durante i quattro giorni di registrazione. Ho tratto ispirazione da molti dei miei colleghi, tra cui Makaya McCraven, Christian Scott, Kamasi Washington e Aaron Parks. Ho anche attinto dall’arsenale creativo di Makaya, le sperimentazioni condivise sin dalle nostre prime sessioni a Chicago 14 anni fa. Ho lasciato perdere l’approccio rigoroso e ho permesso che la musica si manifestasse liberamente. Il risultato è stato qualcosa che rispecchia molto di più “l’adesso”.
 

Jazz è solo una parola. Un artificio di marketing. Un modo per dividere le persone. Le persone diventano così “territoriali” riguardo alle parole che scelgono per descrivere ciò che amano, che dimenticano ciò che amano. Il jazz punta in una direzione, verso una serie di ideali che hanno portato a un’ampiezza del linguaggio musicale che è diventato erroneamente il punto focale dell’attenzione della parola stessa. Ma l’essenza di ciò che le persone cercano quando chiedono “cos’è il jazz” può essere trovata più al di fuori della musica che al suo interno. Si può trovare nella dedica di Herbie Hancock ai giovani, nella sua pratica buddista e nella sua dedizione alla pace nel mondo. Può essere trovato nel lutto e nella protesta della canzone di Coltrane “Alabama” che scrisse in risposta all’attentato alla 16a strada Baptist Church nel 1963. Può essere trovato nei molti gruppi integrati di bianchi e neri che hanno resistito e combattuto silenziosamente contro il razzismo che affligge la nostra storia. Si trova nell’allontanamento dalle melodie impostate, nella volontà di improvvisare, nella disponibilità ad abbracciare le anime, i cuori e le menti delle persone. Il jazz non si possiede, è un ideale, vissuto da chiunque scelga di viverlo, e sono orgoglioso di essere un artista jazz.

 
Quale processo compositivo segui di solito?
Per PEACE il processo è stato organico. Questa è stata una grande svolta rispetto all’approccio che ho usato per il primo album degli Spirit Fingers, che era molto più calcolato e preordinato. La maggior parte delle canzoni di PEACE sono nate da improvvisazioni libere che la band ha composto collettivamente. Poi ho preso queste improvvisazioni e le ho modificate in brani più brevi. Dopo aver sviluppato le improvvisazioni libere in più di una struttura, spesso portavo un ospite da aggiungere al pezzo. Judi Jackson era in studio con noi per molte delle improvvisazioni iniziali, ma altri artisti come Jonathan Scales e Braxton Cook hanno fatto le proprie registrazioni sulle tracce dopo che avevo composto completamente la prima versione. Poi ho preso il materiale aggiuntivo che Jonathan e Braxton hanno integrato e l’ho scomposto, usando i loro “pezzi di vocabolario” come nuovo materiale da cui partire e con cui giocare mentre costruivo le iterazioni finali dei lavori.
 
Come è nata la collaborazione con i cinque artisti ospiti dell’album, in particolare con Judi Jackson che canta in quattro tracce?
La mia esperienza con Judi è iniziata con una storia d’amore ardente che ha scatenato un bellissimo rapporto musicale. In effetti la musica è stata la prima cosa che ci ha uniti; una jam session in un piccolo club in Europa dopo una delle mie esibizioni nel tour di Makaya McCraven. Abbiamo continuato a frequentarci quando gli Spirit Fingers sono andati in tour in Inghilterra e ha iniziato la sua collaborazione ufficiale con il gruppo sui palchi di Londra. Quando è stato il momento di registrare il disco, volevo che la sua voce fosse parte integrante della nostra nuova direzione, quindi abbiamo deciso che lei ci raggiungesse a Los Angeles da Londra e registrasse con la band. Anche se il fuoco della storia d’amore alla fine ci ha bruciato entrambi, la connessione musicale rimane intatta.
 
 
Pensando alla tua esperienza in diversi contesti musicali, quale caratteristica hanno in comune tutti i grandi artisti con cui hai collaborato?
Cerco sempre di suonare con le persone che ammiro. La Miles Electric Band include leggende viventi con una conoscenza musicale così profonda che mi fa crescere ogni volta che vado in tour con il gruppo. Lo stesso succede con la band di Makaya McCraven. Stimo molto i miei colleghi a Chicago per l’abilità artistica unica che ognuno di loro trasmette; Makaya con il suo intrepido senso di abbandono, Junius con un senso del tempo allo contemporaneamente libero e solido come una roccia, Marquis con il suo tono vellutato e una profondità musicalità. Nel corso della mia vita ho cercato di circondarmi di persone da cui imparare, persone che amo e rispetto, persone sincere e fedeli alla loro natura e che sono migliori di me in ciò che voglio imparare.
 
L’album esprime un equilibrio tra molti generi musicali diversi: è stato un processo creativo naturale o un obiettivo prefissato fin dall’inizio?
Si è trattato di un processo totalmente naturale. Non c’era un vero inizio o una fin. Tutt’ora ho la sensazione che ci sarebbe ancora molto da fare… e ho ancora molte registrazioni provenienti da quella sessione su cui lavorare.
 
 
 
Qual è il prossimo passo per gli Spirit Fingers?
Tour. Molti tour! Non appena sarà di nuovo possibile. A parte questo, ho un sacco di musica su cui ho lavorato, e solo una parte riguarda gli Spirit Fingers. La mia etichetta Tiny Records sta pubblicando un nuovo brano ogni settimana in una serie chiamata Tiny Room Sessions, e gli Spirit Fingers ne hanno altri tre in cantiere da pubblicare come singoli live provenienti dalla nostra Tiny Room Session. Sono in procinto di editare e mixare molta nuova musica, incluso The Chicago Experiment, che sarà pubblicato da Ropeadope Records nel 2021. Ho fatto venire un gruppo di miei colleghi musicisti da Chicago per registrare una nuovo opera che racconta la mia storia nella scena di Chicago. Il nostro primo singolo, “Maxwell Street”, è ora disponibile e vede partecipe anche Makaya McCraven, Marquis Hill, Joel Ross, Jeff Parker, Irvin Pierce, Darryl Jones. Sono davvero entusiasta di pubblicare tutto questo materiale. Ho anche registrato una serie di opere improvvisate con il mio buon amico Miguel Atwood Ferguson, che considero anche un mentore spirituale oltre che musicale. Non sono sicuro se lo pubblicherò su Tiny Records o su un’altra etichetta indipendente. C’è anche un disco in duo con Mike Mitchell. Se si esplora la mia pagina Spotify personale, si troverà un mucchio di album uscito dal mio catalogo arretrato che non hanno visto la luce del giorno per molti anni. Si potrà scoprire anche un nuovo singolo pubblicato ogni venerdì durante i prossimi mesi, frutto della collaborazione con un gruppo di grandi artisti per la nostra serie “Tiny Room Session”. Comunque non vedo l’ora di tornare in Italia. Ci siamo divertiti così tanto in tour da Cagliari a Milano a Roma. Quindi, arrivederci!
 
 
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