Henry III: un espresso con Nicole Johänntgen

16 dicembre 2021

Nicole Johänntgen è una sassofonista svizzera che ha realizzato una serie di tre album intitolati “Henry”, particolarmente divertenti e originali. L’abbiamo intervistata.

> Eugenio Mirti


Una delle pecche maggiori del jazz contemporaneo è – a mio umile avviso – una noia mortale che spesso viene spacciata per originalità, ricerca, o “superiore” espressione artistica, teoria secondo cui se il pubblico non capisce o non apprezza è un suo problema in quanto bove o incompetente. L’ascolto di Henry III, il nuovo album di Nicole Johänntgen, mi ha molto rallegrato perché è un disco ricco di groove, ironia, divertimento, ed è allo stesso tempo suonato e scritto benissimo: allora si può fare, ho pensato, novello Frankenstein Jr., si possono coniugare profondità e interesse! Ho così contattato la gentile Nicole per rivolgerle qualche domanda. Buona lettura.

Questa serie di tuoi dischi è nata ispirata dal fatto che tuo papà (che suonava il trombone) si chiama Henry e ti svegliava, quando eri bambina, al suono di un trombone. È vero?
Sì, si svegliava presto la mattina perché usciva alle 6; quindici minuti prima di uscire suonava leggermente il trombone, ed era una esperienza meravigliosa.

Quindi condividi con lui l’amore per la musica.
Assolutamente!

 

Come “sei finita” a fare la sassofonista? Di jazz?
Quando ero bambina desideravo essere una cantante. Poi ho iniziato a suonare il piano, e in quel periodo spesso registravamo degli show televisivi, soprattutto di jazz, ma anche rock e funk e c’era una donna che suonava il sassofono che mi ispirava molto. Avevo iniziato a suonare il piano ma il mio maestro era ispirato alla classica, che non era invece la mia passione, così, dopo aver visto lo show alla tv, chiesi a mio padre di suonare il sax. E lui disse “certo, ma devi studiare!”.

Questi tre dischi sono divertenti per la formazione, che vede solo strumenti a fiato, e poi per il senso dell’umorismo. Sei d’accordo?
Non è stato pianificato, è successo: quando suonavo nel gruppo di mio papà abbiamo suonato in moltissime feste, ed è sempre stato divertente, portavamo musica divertente alla gente, che era contenta. In “Henry”, siccome pensavo tanto a mio papà, decisi di lavorare con questa nuova band (nel 2016) e pensavo che avrei provato ad avere il sound di New Orleans, con un’estetica ricca di gioia e felicità. Per questo motivo è un album felice, ma allo stesso tempo profondo. Non cerco di fare cose complicate, anche se non le escludo a priori. Le melodie sono molto forti, le canto e poi le scrivo, e così sono più naturali; la maggior parte sono gioiose, ballabili.

Come lavori a composizioni e arrangiamenti?
Scrivo principalmente con il telefonino: registro cantando le melodie, poi le scrivo. A volte uso il sax, lavoro a una melodia e poi uso il pianoforte per aggiungere i bassi che suonerà la tuba (canticchia un riff ricco di groove, NdR).

Molti musicisti trovano sia una sfida suonare senza strumenti armonici. Come mai questa scelta?
Sì, se non hai una chitarra o un vibrafono o un pianoforte è come se potessi andare ovunque. Uso delle combinazioni di strumenti semplici perché mi piace l’approccio minimalista, più “nudo” possibile. Non puoi nascondere nulla, c’è più purezza, è una semplicità che mi piace molto.

Qual è il rapporto tra composizioni e improvvisazioni?
Sul nuovo disco le canzoni sono molto strutturate, ma allo stesso tempo c’è molta improvvisazione. Ci sono più parti nei brani, quasi come in un film.

Dopo due anni di pandemia quali sono i tuoi prossimi progetti?
Continuare a scrivere per dei nuovi dischi; ho iniziato a scrivere dei libri di studio per sassofono (durante la pandemia ho scritto il primo e il secondo volume di circa 40 canzoni) e continuerò, si possono trovare sul mio sito. Continuerò a lavorare per promuovere il mio lavoro di musicista, e poi sono mamma di un bimbo di 16 mesi che mi occupa, anche perché ama mettere oggetti nel sassofono! Sto insegnando molto online con studenti dall’Inghilterra, dalla Germania e dalla Svizzera, ed è un’attività che mi piace molto. E poi a luglio organizzerò un workshop nelle Alpi.

 

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