A proposito di Jazzespresso: un espresso con Eugenio Mirti

Image Credits: Luca Vantusso

11 marzo 2021

Il progetto Jazzespresso sta iniziando il suo quarto anno di attività: abbiamo intervistato il “nostro” Eugenio Mirti per fare il punto della situazione. Buona lettura e in bocca al lupo al nostro magazine!

> Ivano Rossato 


Eugenio, raccontiamo ai nostri lettori come sta andando Jazzespresso?
L’obiettivo era quello di creare un hub in più lingue che si rivolgesse ai lettori di tutto il mondo e non si limitasse a parlare delle “scene” jazzistiche note, ma approfondisse anche quelle meno conosciute. Sono molto orgoglioso – per esempio – di aver raccontato gli australiani Vampires ben prima della pubblicazione dell’album con Lionel Loueke, di avere intervistato Tom Pavez dei cileni Newen Afrobeat, di aver portato l’attenzione sul jazz ucraino con l’approfondimento su Yakiv Tsvietinskyi, e così via. La qualità (e la curiosità) ci hanno premiati, perché abbiamo superato le 1.500.000 visite di circa 500.000 utenti unici da tutti i contintenti, che sono numeri stratosferici per un magazine di jazz.
 
 
Inoltre abbiamo lettori da tutto il mondo, e la top ten dei paesi di provenienza da sola valeva il gigantesco sforzo fatto da tutti noi. Insomma, l’obiettivo è stato raggiunto e cercheremo di migliorare ulteriormente.
 
i paesi di provenienza dei lettori il 28 febbraio scorso
 
Vorrei anche citare lo staff, perché ce lo siamo meritati: Ivano Rossato, Luca Vantusso, Luigi Motta, Franco Cameroni, Eliza Wong, Rob Atchison, Rossana Verdoia e i nuovi ingressi Fabio Caruso e Jessica Benfatto. 
 
Quali sono state le difficoltà più grandi?
In generale coordinare le mille iniziative che ci piacerebbe realizzare non è facile; da anni vorremmo pubblicare un calendario fotografico, per esempio, ma seguire tutto (e farlo nel migliore dei modi e nei tempi previsti) non sempre è facile. Il Covid 19 non ha aiutato la nostra (microscopica) società, ma d’altra parte abbiamo aumentato moltissimo i lettori: tutti eravamo chiusi in casa e questo ha aiutato, naturalmente, soprattutto chi è riuscito a continuare a creare contenuti nuovi e interessanti.
 
I prossimi obiettivi di Jazzespresso?
Da un punto di vista “artistico” approfondire la conoscenza delle scene meno conosciute, in particolare l’Africa è rimasta un discreto enigma, per mille motivi. Da un punto di vista professionale riuscire a far capire a musicisti, etichette, uffici stampa, operatori del settore in genere, che produrre dischi belli o realizzare concerti interessanti non basta. È il primo passaggio – indispensabile, ma da solo fondamentalmente inutile – per entrare in un sistema globale in cui ci sono migliaia di musicisti eccezionali.
 
Saper creare un brand sulla propria musica (o sulle proposte che si mettono in opera, per quanto riguarda etichette, manager e così via) è importante tanto quanto saper suonare bene, e se si investono 3000 euro in un album altrettanti andrebbero investiti sulla promozione e sulla costruzione di un’immagine (fotografie, video…). Non sto dicendo che quei soldi andrebbero spesi su Jazzespresso (anche se questo è l’obiettivo ultimo, naturalmente!) perché ci sono moltissime altre testate, siti e riviste che sono interessanti e autorevoli. Ma se non si contempla l’investimento in immagine e promozione si finisce per non avere nessuna delle due ed essere costantemente superati (nell’interesse del pubblico e di chi deve prendere decisioni, come i direttori artistici) da artisti di pari capacità che hanno però capito quali sono le vere sfide del musicista del nostro tempo.  
 
Sei un instancabile lavoratore e autore di mille iniziative: ci racconti il progetto “Notabene Online”?
Stiamo traslando la nostra (piccola) scuola di musica sul web, realizzando trascrizioni di brani e didattiche di grande precisione con i relativi video. Ci siamo resi conto che il web è ricco di materiali realizzati male, e in questo modo colmiamo due lacune: da un lato attraverso il canale Youtube aumentiamo il livello generale gratuitamente, dall’altro attraverso il patreon dedicato riusciamo ad ampliare la platea dei potenziali studenti e sostenere questo sforzo gigantesco.
 
Uno dei vantaggi della pandemia è stato quello di capire l’aspetto positivo della didattica a distanza, e cerchiamo di adeguare la nostra proposta didattica anche su questo canale. È una sfida interessante, anche perché è il futuro dell’insegnamento:  forse non tutto, ma di sicuro una buona parte passerà per il web.
 
 
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