Mah: un espresso con Roberto Spadoni

7 aprile 2021

Roberto Spadoni è un brillante didatta, chitarrista, bandleader e compositore che ha recentemente dato alle stampe il suo ultimo album Mah. L’abbiamo intervistato.

> Eugenio Mirti


Mah è il primo album della tua nuova etichetta Sword: qual è il senso di questa operazione nell’era del “tutto liquido”?
Il pensiero nasce dalla voglia di condivisione, elemento che accomuna l’etichetta, il mio sito e le mie pagine social: il progetto di costruire una comunità di persone interessate alle mie produzioni didattiche e artistiche. Ho iniziato l’invio di una newsletter, ho aperto facebook e instagram, inaugurato il canale ufficiale YT. L’ultimo tassello è stato quello di creare un’etichetta discografica. L’album è il progetto pilota, e mi ha dato molte soddisfazioni. Ma anche la newsletter, che ha creato un dialogo con oltre mille persone grazie a delle domande che ho posto ai destinatari. C’è poi una fetta di pubblico che ama guardare il supporto, toccarlo, ha un rapporto “fisico” con la musica, che permette loro un ascolto più concentrato e di più alta qualità.
 
Produrrai altri artisti?
Non vorrei mettere nei guai altre persone, dietro un album c’è un lavoro enorme in cui sono state investite energie creative ed economiche… sarebbe una grande responsabilità che per il momento non vorrei prendermi.
 
 
 
Il tuo album precedente da leader è stato Travel Music, che vedeva protagonista una big band. Questo nuovo disco è in quartetto. Perché questi estremi?!
Il quartetto permette un rapporto più intimo e diretto con i musicisti, e sviluppa un’altra parte delle mie idee. Mentre Travel Music aveva come concept l’idea del viaggio (sviluppata grazie a brani molto articolati), qui ho incentrato le ricerche sulla forma song articolata in vario modo, teniamo presente che è la forma di riferimento di tutti i jazzisti. Monk, Mingus, Coltrane, Mulligan, Bud Powell si sono confrontati e hanno lavorato con questa nodalità. Ho sviluppato una certa ricerca della cantabilità in musica, e quindi trovo importanti gli sviluppi della melodia e dell’armonia. In questo disco mi sono spogliato di virtuosismi e difficoltà, proponendo brani cantabili che abbracciano e accompagnano, grazie alla forma canzone, chi ascolta.
 
 
 

 
Giochi spesso con i ritmi.
Ho un amore sviscerato per Monk e per quel modo di scrivere che gioca sul metro e la melodia, però inserito all’interno di forme canzoni, appunto. “Girotondo” per esempio è costruito con una serie dodecafonica, un giochino. Molta musica è creata con strati che quando studi sono sorprendenti, vedi Dave Holland o Maria Schneider, che esprimono una complessità molto profonda nel pensiero musicale. Questo aspetto tiene vivo il jazz: la ricerca (ancora attivissima) di nuove forme d’espressione.
 

Come hai scelto i musicisti? E perchè il quartetto senza pianoforte?
Lo strumento armonico tende un po’ a “ingolfare” le frequenze; il fatto di avere delle linee suonate non su una base armonica permette libertà e trasparenza armonica, e sviluppa una visione polifonica e contrappuntistica della musica. I musicisti li ho frequentati da molti anni: con Fabio Petretti feci il mio primo concerto importante con l’orchestra di Bruno Tommaso, quasi 40 anni fa, con anche Massimo Manzi alla batteria. Anche Massimo è molto conosciuto, non lo devo certo presentare, ha grandi caratteristiche umane e musicali. Ho sempre ammirato la forza di Paolo Ghetti, ha il ruolo del capitano in una squadra sportiva, dà sempre una sicurezza incredibile. L’occasione per trovarci è stata un concerto a Ravenna e ho così raccolto un quartetto “adriatico” con cui siamo stati insieme qualche giorno.

Il sound del disco è contemporary, ma due brani (“Io non ridevo” e “Mondo antico”) abbracciano i terreni del blues e di New Orleans. È stata una scelta consapevole?
Sì, è una scelta giocosa; “Io non ridevo” era lo slogan dei comitati dell’Aquila, contrapposto al cinismo degli imprenditori del terremoto – quelli che ridevano per la tragedia – e il brano l’ho infatti dedicato a quella comunità. Il ritmo è sostenuto da una second line che regge una linea melodica molto articolata. “Mondo antico” è un tema uscito dalle pietre dell’edificio di un centro storico di una cittadina medioevale del nostro meraviglioso paese.
 
Sei un didatta molto conosciuto e amato: cosa stai preparando?
Sto lavoramdo al terzo volume di “Jazz Harmony” (i primi due hanno avuto uno straordinario successo!) ma sono perfezionista e quindi ho gestazioni lunghissime! Tratterà degli sviluppi avanzati dell’armonia jazz. Questa trilogia rappresenta la mia strada e il modo in cui ho organizzato il materiale dell’armonia, e si basa sull’idea di come la natura fa muovere la musica, partendo dalla serie degli armonici. 
 
Stiamo vivendo il picco di una crisi sanitaria e sociale. Sei ottimista o pessimista?
Sono ottimista involontario! Se guardo l’orizzonte vedo un cartello “chiuso per manutenzione” ma si riaprirà il prima possibile. Sono convinto che andremo incontro a una sorta di rinascimento, che avrà origine da tutti nostri piccoli e grandi drammi, individuali e collettivi, che creeranno una società migliore.
 
 
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