Un museo per Mario Giansone

24 marzo 2021

Alla ricerca di una sistemazione per le oltre 300 opere scultoree del maestro torinese.

Mario Giansone, stupefacente scultore contemporaneo, fin dai primi anni della propria attività ha manifestato una notevole originalità di espressione, rappresentando una voce significativa in un momento importante per il linguaggio della scultura.

Oltre 300 opere scultoree, di grafica e pittoriche attendono di trovare una sistemazione adeguata in uno spazio pubblico per una esposizione permanente di prestigio. Questo complesso di opere necessita di uno spazio museale di 1.000/1.500 mq.

Molti, fra le migliaia di visitatori del suo studio, hanno sostenuto che questo museo sarebbe, dopo il Museo Egizio, il più bello di Torino. La redazione di Jazzespresso si unisce alla richiesta di uno spazio adeguato, ringraziando allo stesso tempo Marco Basso per il prezioso contributo.

 

Un Museo per Mario Giansone

È uno dei massimi interpreti della scultura in pietra e marmo del Novecento, indimenticabile insegnante e appassionato ascoltatore di jazz: si tratta di Mario Giansone, artista torinese nato nel 1915, schivo, geniale e carismatico e che oggi merita di essere riscoperto attraverso la costituzione di un museo pubblico che raccolga le sue opere. Poter esibire le opere di Giansone assumerebbe un valore importante innanzitutto perché gli riconoscerebbe il ruolo che gli compete nella storia dell’arte italiana del secolo scorso e poi perché permetterebbe di costituire un museo della scultura così poco celebrata in Italia. E pensare che, tra l’altro, il nostro Paese ha il più incredibile numero di scultori al mondo che dall’antichità a oggi si sono espressi ai massimi livelli in tutte le sue diverse tecniche e scelte di materiali.

Centinaia tra quadri e disegni, xilografie e arazzi, ma soprattutto sculture, sono il patrimonio conservato dall’Associazione Archivio Storico Mario Giansone che le rilevò nel 1997 al momento della sua morte, acquistandole dal fratello suo unico erede. Oggi lo scopo dell’Associazione è proprio quello di trovare sensibilità o tra le pubbliche istituzioni o tra un potenziale privato mecenate per poter promuovere l’artista torinese e la sua cospicua opera.

Il processo creativo di Giansone privilegia il dialogo con la materia: parte dalla massa informe e attraverso un processo irreversibile, la sgrezza per arrivare con scalpello e martello alla forma compiuta. E’ esattamente il processo che esaltava Michelangelo Buonarroti come il più autentico modo di esternare la vera arte per eccellenza, la scultura, madre di ogni altra tecnica: davanti al blocco di marmo o alla pietra più dura, è la forza delle braccia, guidata dalla creatività, che estrae la forma.

I temi che sente appartenergli in modo profondo e indaga sono: il jazz, espressione di un formidabile dinamismo che si esplica nel suono come nel ballo; la brutalità della guerra; l’ammirazione per le innovazioni tecnologiche del Novecento; la donna, intesa come espressione di delicato intimismo e di affetti; i gatti, colti con assoluta naturalezza. Un intimismo, quello di Giansone, che spesso lascia il passo ad un bisogno di spiritualità e trascendenza.

È la particolare sensibilità che impone all’artista il bisogno di creare: qualcuno lo fa con la scrittura altri con la fotografia, oppure salendo su un palcoscenico o con una cinepresa in mano; Giansone predilige la semplice matita, il pennello o meglio ancora lo scalpello. “Lui più di altri – racconta il professor Giuseppe Floridia, che lo ha seguito per oltre vent’anni da vicino ed è presidente dell’Associazione Archivio Storico Mario Giansone – rinunciando a ogni bene materiale e a ogni abbandono del vivere, con la sola eccezione della musica, per dedicarsi con frenesia alla creazione delle sue opere e all’esternazione del suo “capito”, difficile per molti da condividere sul piano spirituale o intellettuale, ma facilissimo da comprendere sul piano della visione materica della sua arte”.

Per essere compreso Giansone, al contrario di molti artisti del Novecento, non necessita dell’interpretazioni dei critici e neppure di qualche straordinaria rivelazione. Nè la sua biografia è ricca di storie straordinarie o eventi drammatici che motivino le sue opere. Come tanti a diciassette anni, fa di nascosto le caricature ai suoi insegnanti del liceo Artistico. A venti inizia a cimentarsi con la scultura: lo testimoniano decine di teste in pietra e marmo che sono studi per apprendere al meglio la tecnica classica. Tecniche che, nel prosieguo della sua attività di scultore della pietra, del marmo e del legno, lo iscrivono nello sparuto gruppo degli scultori diretti, cioè di chi non si avvale di bozzetti né di modelli in gesso a grandezza naturale da riprodurre con un pantografo.

 

Per chiari motivi anagrafici conosce l’orrore della guerra: militare di truppa, riesce a evitare il fronte; dopo un breve corso diventa ufficiale, partecipa alla lotta partigiana, conosce battaglie, deportazioni e fucilazioni che lasciano un segno indelebile nella sua anima e in molte sue opere e che gli fanno rigettare ogni passione ideologica o politica.

Dopo la guerra frequenta le sale di anatomia dell’università: così realizza innumerevoli disegni con finalità didattiche e artistiche. Diventa prima assistente di Luigi Cibrario, insegnante di Anatomia all’Accademia Libera di Belle Arti di Torino, e quindi, a sua volta, docente.

Le opere degli anni Cinquanta anticipano con originalità, forme e temi che si ritrovano nei decenni successivi, esempio interessante di come evolva proprio in quegli anni il linguaggio artistico in Italia: dalla tradizione del figurativo,viene piano piano sedotto dall’astrattismo e dall’informale, generando le avanguardie che poi culmineranno nel movimento dell’Arte Povera, nato proprio dopo la metà degli anni 60 a Torino.

Giansone è presente nelle Quadriennali di Torino e Roma: la sua crescente visibilità induce la Gam di Torino ad acquistare due sue opere, e la Rai a commissionargli una Santa Cecilia per l’Auditorium di Torino oltre a una grande scultura che rappresenta un concerto jazz per l’ingresso del grattacielo di via Cernaia.

La fase più felice per la sua creatività coincide con gli anni Sessanta: imprescindibile tappa è la mostra personale alla prestigiosa Galleria “La Bussola” di via Po 9, del 1965.

Quello che doveva coincidere con il momento dell’affermazione definitiva, in una delle gallerie d’arte più considerate d’Europa con un catalogo curato da uno dei massimi critici italiani di scultura, Giuseppe Marchiori, diventa invece l’inizio di una parabola discendente che lo porterà via via ad essere dimenticato quasi del tutto. Il suo carattere, non proprio diplomatico, è la causa primaria della sua caduta in disgrazia: Giansone non condivide il contenuto del breve saggio di Marchiori e, a poche ore dell’inaugurazione, allega al catalogo un foglio scritto di suo pugno e firmato, in cui dissente polemicamente dal critico. Come se non bastasse Peggy Guggenheim visita la mostra torinese e richiede a Giansone proprio la parete con una decina di bronzi che rappresentano concerti jazz, montati su una suggestiva struttura di tubi innocenti; l’artista gliele nega, dicendo che lui non regala niente a nessuno. Invitato a mandare un’opera alla Biennale di Venezia declina l’invito, asserendo che se non è possibile avere almeno una sala tutta per sé, è inutile esporre, perché nessuno potrebbe comprendere la sua poetica. A causa del suo modo di fare, galleristi e collezionisti lo scaricano, bollandolo come artista impossibile da trattare, peraltro difficilmente catalogabile in un qualche movimento; anzi, individuo scomodo per le sue posizioni assolutamente anticonformiste: un’autentica mina vagante, non allineato a un sistema artistico sempre più compromesso col mercato.

Giansone non si perde di animo: anzi, dedica gli ultimi dieci anni della sua vita a una scultura formata da un blocco centrale di pietra, circondato da ventidue blocchi di marmi e pietre diverse, intitolata “Opera omnia”, poiché costituisce la sintesi del suo pensiero. Ma indubbiamente venire escluso dalla vita artistica e sentirsi abbandonato proprio da chi lo aveva in un primo tempo incoraggiato e accolto, lo fanno sentire solo e rifiutato. Giunge alla disperazione: si salva perché si getta a capofitto nell’insegnamento all’Istituto d’Arte di Torino dove lo chiama il fondatore, il noto pittore Italo Cremona. Qui trova nelle sue allieve chi apprezza senza remore il suo lavoro; allo stesso tempo si affida a una medium, la signora Chiesa per trovare un motivo al suo deludente insuccesso. Lei era la madre di uno dei fotografi torinesi più apprezzati che, con Aschieri, fotografò tutta la sua opera; questa lo mette in contatto con l’aldilà, e gli fa trovare uno spirito guida, che, a detta di Giansone, ogni qualvolta era in procinto di inaugurare una propria mostra, gli sconsigliò di esporre.

Muore l’8 gennaio del 1997, nella spasmodica attesa di un’occasione per il suo definitivo riscatto, occasione che sembra poter arrivare ora, con questo possibile museo a lui dedicato.

Quando l’arte è musica

di Marco Basso

Il movimento nella forma, nel jazz e nel ballo

Il movimento tra jazz e materia

Il ritmo e la melodia nella forma

Il ritmo e la melodia della forma

Mi piace accostare Mario Giansone ai grandi del jazz: in loro sempre aleggia uno spirito libero che trova affermazione e sublimazione nel momento creativo, unico per la sua immediatezza e irruenza, espressione di una tecnica perfezionata con lo studio e concretizzata in un “a solo”, sempre diverso, anche se il tema su cui ci si impegna e misura, è il medesimo. Allo stesso modo, Giansone nelle sue creazioni sa unire la spontaneità del suo estro alla razionalità di chi sa di dominare la materia e la forma, conoscendo bene i volumi e le linee che costituiscono l’essenza della figura.

E ancora la preziosità del jazz è data da quella sapiente alternanza di note a cui succedono pause e silenzi essenziali; così in Giansone: la materia alterna pieni a vuoti, luce a ombre suggerendo intense emozioni e ricordando al pubblico l’importanza di un ruolo attivo e partecipe, mai passivo.

L’artista racconta il jazz innumerevoli volte: nelle pietre, nei bronzi, nei disegni, nelle incisioni, addirittura sui gioielli creati per amici e familiari. Mai ripetendosi, ma sempre riuscendo a affermare la sua unicità e sensibilità, affinata con silenziosa coerenza e orgogliosa indipendenza anche indagando il jazz, espressione di un formidabile dinamismo che si esplica nel suono come nel ballo: ed è indubbiamente questo l’elemento in grado di esercitare sullo scultore un fascino irresistibile.

Le sue visioni del jazz spaziano dall’eterea e spirituale rivisitazione di una pittura, addirittura evanescente, alla concretezza e consistenza della scultura, comunque dimostrandosi un mezzo potente di espressione oltre a rappresentare un’ulteriore occasione per accostarsi e sorprendersi di fronte all’ingegno di questo poliedrico artista.

La musica non è un’arte fine a se stessa, ma comunica e si lega a mille altre forme espressive, come la pittura, la scultura. Aristotele argomentando asserisce come “la musica non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo”.

Il jazz è arte e l’arte è jazz: arte figurativa e musica si sposano perché sono condizioni imprescindibili di cultura, ovvero presupposti per una crescita estetica. E non è di certo un caso che per entrambi i linguaggi valgano come ingredienti sostanziali la melodia, l’armonia e il ritmo.

Giansone quindi si immerge nella musica e le sue opere diventano espressione visiva della percezione sonora, ricevendo direttamente energia ed ispirazione dai suoni e dalle improvvisazioni, tipiche della musica jazz. Cattura la vivacità del gesto del musicista, i suoi movimenti e insieme la vita, l’essenza del suono.

Le sue sculture, i suoi dipinti sono come un motivo jazz, unico, ma Giansone vince la sfida con quel carattere di effimero dell’improvvisazione: se all’ascoltatore sfugge l’attimo della creatività del musicista, questo è perso per sempre; invece per sempre il lampo creativo di Giansone resta impresso nella materia.

Visionario e lirico, l’artista in molte sculture sembra sfidare la forza di gravità: orchestrali e ballerini assumono una dimensione fluente e scivolosa che traduce l’ardire del movimento. Timbri e toni musicali si trasformano in luce e ombra, gli elementi che guidano l’occhio verso la percezione uditiva, melodia e armonia si traducono nel segno, a volte nel colore, il ritmo è reso nel restringersi o nel dilatarsi dello spazio.

Dalla ricerca iniziale, ancora venata di uno spirito figurativo, il nostro giunge a una sintesi suprema che afferma la sua abilità nel tradurre in forme, e a volte colori, l’energia dinamica che trova particolare esaltazione nelle sculture costruite lavorando il fil di ferro, e nei bronzi. Resta nell’osservatore la sorpresa e lo stupore di riuscire a capire i “duemila enigmi del jazz…nel tempo fatto di attimi” come canta Paolo Conte, attraverso l’arte figurativa e non a un concerto.

La visione delle opere che hanno come tema il jazz diventa l’occasione per partecipare a un’esperienza viscerale, ad entrare profondamente in sintonia con la straordinaria padronanza dell’energia e dello spazio che contraddistingue l’intero corpus di opere di Giansone, ma che forse proprio qui trova la sua più alta e nobile affermazione.

 

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Un pensiero riguardo “Un museo per Mario Giansone

  • 2021-03-26 in 11:35 am
    Permalink

    Articolo bellissimo che espone con competenza e sensibilità artistica la qualità e originalità della sculture
    di Mario Giansone e la sua importanza nel contesto nell’arte del novecento

    Rispondi

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