La valigia dei sogni: un espresso con Daniele Morelli

20 luglio 2021

Daniele Morelli è cresciuto in un piccolo paese della provincia di Pisa, in luoghi che una volta erano la “campagna” e che oggi sono sottoposti alle ripopolazioni di pensionati stranieri, doppie case per vacanze, pendolari con un piede nel verde e uno sull’acceleratore dell’auto.

Prima ci fu una ripopolazione diversa, di alternativi più o meno comunitari, tra cui musicisti e sostenitori della vita musicale. All’età di 26 anni, verso il 2011, conosce il Messico per una tournée in quel paese di un gruppo italiano orientato allo stile di Manu Chao; sostituisce il chitarrista di cui si sono perse le tracce dopo un bivio e vive un mese in tournée.

In una fase precedente della sua vita, si era trasferito a Amsterdam all’avventura con un proprio gruppo non trovandosi affatto male. Ma il magone che è inevitabile compagno dell’effimero lo porta a chiedersi chi è ed optare per studi seri: si trasferisce in Francia dove segue i corsi del Conservatorio di Lyon per due anni. In seguito torna ad Amsterdam e Bruxelles per qualche tempo, ma quel sordo senso di insoddisfazione reso famoso da Sindbad il Marinaio lo spinge a tornare al Messico e alle sue meraviglie.

Oggi, a trentasei anni, nell’occasione dell’uscita del suo ultimo lavoro in duo col batterista Matteo D’Ignazi, compagno di musica e vita di lunga data, parliamo di questo e di quello e scopro che in Messico Daniele sta praticando una propria antropologia sul campo delle molteplici forme di vita di quel paese, e che ha parecchie cose da raccontare.

Tra l’altro il Messico gli ha permesso di svincolarsi dalla “borghesizzazione” della tradizione del jazz in Europa e di pensare un suo approccio alla musica e all’arte visuale.

>  di Michele Barontini 

intervistatore in questo caso, batterista e polistrumentista di una generazione più anziana e ricercatore in campo etnomusicologico e letterario-filosofico. È uno degli amministratori delle pagine FB “Jazz Lovers” e “Music is the Healing Force of the Universe“. I suoi contributi sotto forma di articoli e testi vari sono consultabili su academia.edu.


Parliamo del tuo ultimo album e di quelle che consideri le sue tracce più riuscite. Come ha soddisfatto eventualmente, o come si pone, rispetto al tuo appello alla fantasia, alla tua “valigia dei sogni?”
Ho cercato di realizzare molte tracce brevi, tanti temi diversi associati a un colore, una sensazione, una cosa specifica da non abbandonare dall’inizio alla fine del brano…

…una pratica diversa dal solito?
Diversa nel senso che sia nel rock che nel jazz progressivo si cambia di stato d’animo anche all’interno dello stesso brano. In questo caso ho cercato di costruiree un lavoro diverso: ogni traccia con un suo colore specifico, ognuna con un una caratteristica…

…impressionista?
Se vuoi sì, impressionista

Infatti si ha l’impressione che il colore, l’immagine, la fotografia e i tuoi track sonori sono materiali e suggerimenti destinati a compenetrarsi ad un livello audiovisuale, vuoi parlarne?
C’è n’è una in particolare, abbastanza aggressiva, un po’ rock che si chiama “Zopilotes”.

Zopilotes?
Zopilotes, cioè avvoltoi.

Presenze frequenti lì dove sei?
È molto facile vederli qui, e quando sono cinque o sei c’è anche l’odore di carogna che dura a lungo, magari ci mettono tre o quattro giorni. A volte mi è capitato di fare delle passeggiate e di trovarli; e comunque qui è pieno di aquile, avvoltoi…

Come si convive con questi avvoltoi?
Mah, appena ti vedono se ne vanno!

Ci si intende, sempre, dunque.
Sì, loro se ne vanno ma la convivenza implica la presenza della carogna, nel senso che ci sono animali morti. Quindi in “Zopilotes”, con effetti di distorsione eccetera, ho cercato di evocare questa presenza di un gruppo di avvoltoi gracchianti e urlanti. Questa è l’immagine che ho tenuto presente dall’inizio alla fine del brano, quindi quello che succede sono arrangiamenti e movimenti di uno stesso quadro.

Interessante è come si pensa il rapporto tra musica e movimento. Deleuze e Guattari scrivono che il pensare si svolge tra il territorio e la terra e che è quest’ultima a mettere in movimento gli umani via dal territorio e spingendoli a fissarsi sul territorio, così come gli animali. Per che cosa si muove un musicista e che tipo di movimento è fare un album?
Okay…

Cioè, la butto lì, non è che questo lAvoro è anche in ritorno in cui tu ti fai “presente”, in un movimento in cui tu sei ti sei mosso anche troppo, sei andato un po’ troppo “oltre”, sei “laggiù”?
In senso fisico?

Nel senso di una “lettera musicale” per chi ti ascolta., cioè che il tuo movimento ti pone in un luogo in cui riesci comunque a fare qualcosa di musicale che ritorna: siamo in comunicazione tra la Toscana e i dintorni della città di Oaxaca. Forse le domande sono due: prima quello che ti spinge a muoverti e poi quello che spinge a scrivere una lettera musicale che arriva da un altro mondo, da una dimensione senz’altro diversa.
Quanto alla prima parte della domanda ti rispondo con un aneddoto. A Città del Messico c’è un chitarrista italiano che adesso avrà circa ottant’anni. E lui è arrivato negli anni settanta e continua a suonare standard; una volta ci incontrammo per suonare insieme nello stesso club e dopo conversammo un po’ e lui mi spiegò di essere originario di un piccolo paese del nord Italia, al che io replicai: guarda che coincidenza, anch’io vengo da un paese minuscolo della val d’Era in Toscana, eccetera eccetera. Al che io gli dissi: com’è che sei finito qui? E lui mi disse: magari se ero nato a Milano o a Roma, settanta su cento ci stavo ancora, ma siccome sono nato in un luogo minuscolo ho avuto voglia di conoscere il mondo e sono partito.

Chiaro, si va per tentativi!
M è la musica, o parti così a cazzo o parti da musicista e allora cambia il movimento.Tipo: non sono mai partito da turista, questo lo sento profondamente. Ho smesso di fare il turista a diciotto anni, cioè, davvero a Bruxelles e in altri momenti e luoghi ci sono arrivato in condizioni anche difficili, non sono mai arrivato col “culo parato” da nessuno. È sempre stata la musica che mi portava in certe situazioni o a vivere in un posto piuttosto che in un altro.

 

E poi l’altro movimento, attualmente e incidentalmente digitale, quello di tornare come lavoro, opera, cosa fatta.
 Magari anche tornare fisicamente… ah ah!

Certo che le strade virtuali e i mezzi di trasporto si attirano a vicenda.
Comunque quanto a quello che spinge a fare un album  una cosa sono i concerti e una cosa la registrazione: tu registri una cosa e la regali al mondo, perché è così, e sorvoliamo la polemica che la musica non si vende più, che le piattaforme digitali hanno monopolizzato tutto il lavoro dei musicisti e persino dei grafici, degli ingegneri del suono, oppure che le etichette per risparmiare sulla grafica si fanno i loro logo minimalisti all’eccesso, perché tanto lo metteremo solo in digitale, no?

Su questo mille cose si potrebbero dire.
Vero no? e siccome con la musica non si guadagna più, è un regalo.

Ecco, ooh, allora è un regalo, l’hai detto e mi sembra giusto metterlo in evidenza, mi senti? (È scomparso dallo schermo e una fanciulla fuori campo gli porge un piatto che pare pieno di pezzetti di cocomero, NdR).
Viva la papaya! Viva la papaya! (si rifocilla, NdR). Uun regalo. O comunque un modo di muoversi perché qui di guadagni non ce n’è. Perché il digitale ha anche i suoi svantaggi, tutto si monopolizza con le piattaforme e l’intelligenza artificiale prende il sopravvento.

Alan Silva, storico contrabbassista free che vive in Francia, l’ha riassunto benissimo. Questa situazione obbliga ad una cosa: “to broadcast yourself”, trasmetterti in un modo o nell’altro, e lui ha un rapporto con le piattaforme, pur con tutta la sua storia e le sue esperienze col free: Cecil Taylor, Archie Shepp…
Archie Shepp, l’ho visto a Lyon: abitavo proprio sopra al jazz club dove veniva Archie Shepp e una volta l’ho visto accompagnato da un gruppo con sitar, tabla e una ballerina.

Archie Shepp indiano? Curiosità, c’è da informarsi meglio su questo. Roba rara, per ora su youtube non c’è. 
Ti parlo di quando stavo a Lyon, dieci-dodici anni fa; comunque per tornare a questo album, La Valigia dei Sogn e rispetto al “regalo” e quello che ho sentito registrandolo, mi pare che quando uno realizza una ricerca su se stesso passa per l’introspezione e penso che la musica sia un linguaggio che permette di più una partecipazione a questo processo, perché credo che la musica possa essere molto dettagliata nel descrivere queste sensazioni.

Forse perché anche i colori che scegli, i timbri, ti qualificano in un modo o in un altro; semplifico parlando da batterista, e forse per me è più facile, ma non sempre è facile farlo presente perfino ai propri collaboratori. Lester Young cantava “It needs Two to Tango”, il tango si balla in due e se non ce ne sono almeno due in un gruppo, è un casino!
Qui si tratta piuttosto di comunicazione, per esempio quello che ho trovato in Messico è che i musicisti qui sono comunicativi. Perché la musica è parte della società, quindi sono abituati, dagli indigeni più isolati ai musicisti di città, a vivere la musica ogni giorno in ogni situazione. E quindi anche i musicisti, sono più sciolti, non so come dire. Qui c’è la scuola, io per esempio ho imparato a suonare gli standard nel Chiapas, non in Europa. Cosa abbastanza surreale.

Una cosa che vale la pena di scrivere; “Apprende gli standard nel Chiapas”, bella voce di curriculum (ride, NdR). Guarda, se lo legge Enrico Rava, ti chiama, è un conoscitore dell’America Latina.
Si Rava è venuto, è stato a San Cristobal de La Casas e alcuni amici hanno fatto una jam con lui perché voleva suonare. Da parte mia mi sono “intrippato” a San Cristobal de Las Casas e ci sono rimasto cinque anni. Anche perchéqui per quanto riguarda la musica, il ruolo del musicista come lavoratore è più definito, non so se mi spiego.

io non corrispondo esattamente a questo, perché ho avuto sempre le mie cose creative, ma la scuola, la mia scuola dal vivo me la sono fatta qua, col jazz. In Europa la mia esperienza me la sono costruita proponendo proposte mie, originali, e invece qui mi sono fatto l’esperienza di suonare gli standard di brutto, non-stop.

Bello e molto interessante.
Perché in Chiapas (anche a Città del Messico è così, peraltro)  io ho trovato questa situazione quando mi sono stabilito qui, dieci anni fa, la situazione di un micro-mondo: c’è gente di tutto il mondo che vive a San Cristobal de Las Casas, ormai. C’è gente che ci si trasferì quando vennero gli Zapatisti e ora hanno figli che hanno venti – venticinque anni. Così c’è un mix di tutti i tipi di gente e specialmente un mix di indigeni che vengono da ogni parte del Messico e confluiscono sul capoluogo. E poi ci sono gli abitanti della città. Quindi il risultato di tutto questo è che c’è una quantità di ristoranti, bar, per esempio c’è stato un jazz club che è diventato casa mia per tre o quattro anni. Io ci vissuto in questo jazz club: è surreale no? Nel mezzo del Chiapas. Ci suonavo standard quasi tutte le sere, sempre con gente diversa. Ci proponevo i miei progetti con gli Huicholes, poi un gruppo di Afro Beat, il quartetto mio di Amsterdam che venne qua a suonare: li portai in Chiapas, a Città del Messico, abbiamo fatto i nostri concerti. Quindi San Cristobal è stata la mia scuola per gli standard, mentre in Europa chi ama il jazz, attualmente, si rivolge ai conservatori, alle scuole di musica, gli standard se li impara per conto proprio, .poi va alla jam session preparatissimo e chi è più bravo spara le frasi più belle e chi lo è di meno le spara più insicure… però ognuno si fa la scuola a casa sua, ecco. Oppure fa la scuola al conservatorio coi soldi di papà. Quello che diceva Barry Harris, quando andavo al suo seminario a Roma, diceva: “Il mio laboratorio costa poco ed è fatto proprio per quella gente che non può permettersi di frequentare un conservatorio per quattro anni.”

Barry Harris è grande come musicista e come insegnante.
Certo che si, ma infatti è quella la scuola che mi sono ricordato quando sono arrivato in Messico. Ho vissuto un po’ questo sogno qui: tutti mi volevano a destra e a sinistra per suonare gli standard e gira e rigira me li sono imparati tutti. E mi son detto: cazzo, hai visto qual’era il sistema per impararli, era di suonarli e che ti paghino per suonarli.

La tua antropologia messicana del jazz va oltre le mie aspettative più rosee. È molto bello quello che stai raccontando. E comunque, eccoci al presente: c’è la ripresa dei concerti, bene o male, e tu non sei più nel Chiapas a suonare standard ma ti trovi a Oaxaca vicino ai resti della civiltà Zapoteca e al centro artistico voluto da Francisco Toledo, città piena di artisti contemporanei e di musica popolare del luogo. Vuoi parlare anche di questo déplacement?
Per questo torno all’album, che come ti ho detto contiene tutti brani originali miei eccetto uno che si intitola “Kala Kalimba” e che scritto  del batterista (Mattoe D’Ignazi, NdR) e comprende un solo di batteria. Un brano dell’album si chiama “Los Mixes”.

Che vuol dire?
Los Mixes è un gruppo etnico di Oaxaca e questo è un brano di un autore Mixe. Loro usano gli strumenti a fiato e io l’ho adattato, l’ho arrangiato per chitarra e cambiato un po’ l’armonia, mi sono inventato un finale; vabbè, però ho cercato di ricreare questo colore che secondo me è “Los Mixes” ed il suo titolo è il nome del gruppo etnico. Questo è il gruppo che è stato definito dei “mai conquistati”. E loro stessi dicono: ci chiamano così ma in realtà alla fine ci conquistò la Chiesa Cattolica. Mai conquistati rispetto ad altri e rispetto al fatto che né gli Aztechi riuscirono ad arrivare a loro, né gli Spagnoli all’inizio, quelli Spagnoli che nei primi settanta-ottanta anni qui, coi frati e con le armi conquistarono tutto il Messico. Questi Mixe continuarono a restare da soli sulle montagne e sono tra le varie minoranze etniche del Messico. Ce ne sono tante ma in questo brano si tratta di questa in particolare. Loro sono conosciuti come comunità che ha mantenuto la propria autonomia, quindi nei paesi non c’è la polizia messicana, ma la loro polizia comunitaria. Questo per dire che nel mondo si conoscono gli Zapatisti nel Chiapas, ma anche a Oaxaca c’è una grande tradizione di indipendentismo indigeno.

Indipendentismo e resistenza.
Resistenza anche perché la chiesa li ha raggiunti per ultimi, hanno mantenuto tradizioni antichissime, anche oltre il sincretismo che si trova altrove. Qui si trova ancora separazione di cultura locale e cultura messicana cattolica, eccetera. Si trova il mantenimento delle montagne sacre, lo sciamanismo, tutte queste cose dei popoli nativi americani, e poi sono per la maggior parte musicisti. Ma non solo suonatori di strumenti a fiato, percussioni e così via, ma musicisti che sanno leggere la musica. Sembrerà un po’ un mito, ma tanta gente riesce a leggere la musica prima dello spagnolo perché parlano la loro lingua, che è la lingua Mixe. In un comune di diecimila persone al massimo hanno tre scuole di musica e cinque filarmoniche, cinque bande. Oltre a questo le comunità più isolate nella montagna, e che si chiamano “ranchi”, hanno le loro bande e le loro scuole e quindi si scambiano partiture e arrangiamenti, hanno gruppi di cinquanta bambine, bande di ragazzi, di adulti, è una cosa incredibile.

Non c’è bisogno che ti faccia l’ultima parte della domanda precedente, rivolta contro se stessa e che era: c’è veramente bisogno di pensare per muoversi? Oppure che forma di pensiero è il movimento. Mi sembra che in qualche modo l’abbiamo abbozzata. Insisto però con un dubbio un po’ “bischero” se vuoi. Ho visto che la tua preparazione per il linguaggio jazzistico ti permette di mettere in campo corsi molto interessanti nel contesto del web e mi sono chiesto: ma non sarebbe meglio Cuba che non il Messico per Daniele Morelli? Scusami la banalità della domanda.
l mio primo arrivo a Città del Messico, col gruppo italiano che avevamo ci siamo incrociati con la “Afro Cuban All Stars” in un centro di sale prova. Poi Città del Messico è la più grande città sudamericana dove si parla spagnolo e attira gente da tutta l’America Latina. L’altro album che registrai nel 2016 era con un mio amico di Panama, un sassofonista cileno, il batterista di El Salvador. Il mio ultimo quartetto aveva un trombettista cubano. Alex Guardiola è un trombettista cubano, figlio di una cantante cubana:  se vuoi suonare coi cubani ci sono anche qua.

Bene hai risposto a tono a questa stupida curiosità. Allora vorrei concludere prendendo atto che il Messico ha ancora parecchio da offrire per te.L
Lo spero anch’io, ah ah ah! Speriamo! Con questo paese avevo raggiunto una certa sintonia, ma la pandemia ha cambiato le cose. Prima stavo qui per suonare dal vivo, ma ora è da un anno è mezzo che non suono più dal vivo. Quindi mi son chiesto, torno, dove torno? Torno in Italia, torno in Europa, Amsterdam, Francia, dove? E quindi mi sono rifugiato nella natura. Perché l’uomo di città è più portato ad avere paura di quello che sta nella natura.

 
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