Batteria artigianale: un espresso con Mattia Iorillo

12 aprile 2022

Mattia Iorillo è batterista e produttore di piatti artigianali: l’abbiamo intervistato.

di Michele Barontini 

 


La speranza è anche una difesa vitale quando rompe con tanti tipi di discorso che si addensano così facilmente nel flusso mediatico, tra questi quelli che “disperano” delle generazioni giovanili, o condannano a futura memoria le precedenti; possa dunque qualche semplice fatto contribuire a dissipare la foresta delle sentenze generazionali acide, talvolta perfino malvage.

Attira la mia attenzione di batterista stagionato un movimento di artigiani che si dedica alla trasformazione dei piatti e mi iscrivo ad un gruppo dedicato su una piattaforma sociale; qui i contributi alla soluzione del vecchio problema degli adepti dello strumento, cioè quali piatti scegliere, sono diversi: il flusso di informazioni permette una valutazione dell’usato più precisa, si può scambiare materiale, si può apprendere meglio come scegliere, artigiani piccoli e grandi mostrano le loro produzioni; infine i piatti che si hanno possono essere modificati manualmente con procedimenti manuali e dai risultati interessanti.

Sembrerebbe una questione marginale, ma gli argomenti tecnici costituiscono delle poderose ragioni per l’uso delle piattaforme sociali. Per esempio, in precedenza era abbastanza comune convivere con piatti che non soddisfacevano completamente nell’attesa del momento propizio per un investimento, ma acquistare da un negozio non è mai stato facile: quei dischi nuovi ma polverosi, sempre gli stessi e così cari… meglio l’usato, tra colleghi, tuttavia il nuovo investimento rischiava sempre, dopo un primo entusiasmo, di non essere risolutivo perché non è facile scegliere un piatto, sono tutti diversi, e poi i gusti cambiano nel tempo.

Decido dunque di contattare sulla piattaforma dedicata un artigiano musicista che risponde gentilmente alle mie domande, e che chiamo maestro, come fanno gli altri, affascinati dalle sue realizzazioni: presumo che sia del mestiere per il bel tocco mentre suona brevemente la sua batteria per contestualizzare il suono del prodotto. Mi parla di conservatorio e presumo che sia un insegnante. Convengo con lui una intervista zoom perché la questione è troppo interessante.

Colloquiando con Mattia

Dopo i primi convenevoli, al suono del bell’idioma campano (Mattia abita in una regione montuosa della provincia di Avellino), vengo a sapere che non è da molto che si occupa della costruzione e della modifica di piatti per batteria, e questo da quando se n’è procurata una e si è messo a suonarla e studiarla. Mi spiega che i suoi gusti erano già piuttosto evoluti, e che, con l’aiuto di musicisti a lui prossimi ha iniziato molto presto a mettere le mani sui piatti, perché i primi che aveva erano delle padelle.

MI / (…) La manualità mi è sempre piaciuta, mio padre ha il garage, è un altro Mc Guiver come me… insomma siamo appassionati di queste cose in famiglia. Ho cominciato a fare i primi esperimenti, comprare piatti usati a dieci euro, per studiare un po’… ma studiare cosa poi? Studiare il nulla… a scoprire piuttosto. Non sapendo che cosa studiare, uno va a vedere l’impatto del suo lavoro su un pezzo come un piatto.

MB / Eh, così si fa.
MI / Ma infatti, diciamo che oggi c’è la possibilità di fare dei corsi, c’è Dave Collingwood, artigiano allucinante che sta a Bristol e tiene dei corsi, molti li fanno, io non sapevo di questa cosa quindi, poi non volevo investire dei soldi per formarmi… sono sempre molto individualista.

Chi fa da sé fa per tre, e Mattia inizia a martellare, a tornire, a fare, e soprattutto a verificare i risultati agli amici musicisti. Ora emerge subito una questione interessante: ci sono moduli e procedure che fabbricano piatti standard: quelli che sono andati cristallizzandosi nella pratica jazz e poi rock: “ride, crash, ping, splash”, etc., cosa che impone il misurarsi con questi modelli all’artigiano del mestiere. D’altra parte c’è un gran numero di creativi che fanno altre cose. Cose infinite si possono fare in una officina per trarne oggetti sonori a percussione. La batteria, in quanto insieme di tali oggetti, non è detto che sia per forza composta dallo standard di grancassa, rullante, tom e piatti montati su qualche asta. Può essere, e sempre più spesso è composta di qualunque cosa. Gestori di batterie così personalizzate, sull’esempio di Tony Oxley, per fare un solo nome prestigioso, ricercano una personalizzazione sonora che non può che passare per la sperimentazione diretta, la progettazione mirata, e spesso anche l’auto-fabbricazione.

MB / [ricapitolando, ma con domanda cretina] …cioè questo lavoro tratta delle modifica dei piatti, tu hai bisogno di piatti esistenti da trattare, non te li fai da solo.
MI / All’inizio ho cominciato così, poi ho iniziato a comprare blanks dalla Turchia e ho cominciato a farli da me, adesso io faccio i miei piatti oltre a lavorare quelli che esistono già; faccio cose sperimentali e cose un po’ più tradizionali.

Nonostante i pezzi standard siano sempre la parte più importante per il mercato, la tendenza verso l’individualizzazione delle batterie e dei loro suoni è un fatto noto. Già il nuovo jazz di pochi decenni fa ha assistito alle modifiche apportate da Milford Graves, oppure si veda Bob Moses che ha sostituito al rullante un tamburo giapponese. Vale a dire la tendenza all’individualizzazione dello strumento (che è un insieme di strumenti) non è solo un fatto espressivo e anche simbolico, ma vale anche per una fioritura dell’artigianato che propone modelli su standard artistici, l’artista qui è il fabbricante. Infatti, ci tiene a puntualizzare Mattia, la stessa modifica di un piatto normale lo rende un pezzo unico.

MI / Un momento, unico il pezzo è “a priori”  dal momento che uno lo fa, anche uno Zanchi da venti euro, modificato diventa un piatto unico, non è quello, tutto può assumere unicità…

MB / E la modifica cosa implica?
MI / Dipende da un sacco di cose, perché sostanzialmente io mi confronto sempre col cliente prima di mettere le mani sul piatto: a che suono stai aspirando, che piatto vuoi, fammi sentire online, fammi avere un’idea, e se mi mandi un concerto live può andare, ma non una registrazione dove tutto è post-prodotto. Dunque comincio a farmi un’idea dal confronto, per esempio ci sono piatti che hanno troppa tensione, altri che ne hanno poca perché sono stati lavorati, piatti troppo pesanti o troppo leggeri che vanno tesi, campane con troppe armoniche, piatti dry che vanno torniti perché non suonano… purtroppo è una cosa infinita e lo si può capire solamente mettendoci mano, perché a questo punto la pratica e l’ascolto sono la chiave della buona riuscita di ogni lavoro.

Osservo, che il problema della scelta rimane, nel senso che il pezzo dovrebbe essere visto, toccato. Come si fa ad affidarsi ai microfoni che lo hanno registrato, o ai limitati mezzi fonici di portatili, tablet e telefonini?

MI / Certo, ogni suono è “compromettente” quando ascoltato in via mediatica, o più esattamente “compromesso” quando ascoltato con l’audio dei mezzi audio comuni… uno l’ascolta e dice “mamma mia, spettacolo” poi ti arriva a casa questa padella della mondialcasa ed è tutta un’altra cosa, cosa che per fortuna mi è capitato ricevere, ma non vendere, a parte un paio di volte per degli amici, perché qui fortunatamente mi confronto con un sacco di gente che sta dalle mie parti, non faccio mai uscire di casa mia un piatto che non sia stato provato da almeno tre o quattro musicisti. Cioè per me non esiste che un piatto vada a zonzo e in giro prima che qualcuno abbia apprezzato le caratteristiche che ha. Ci tengo molto alla buona riuscita delle cose.

Vado facendomi un’idea con due corni: il primo è quello di un mestiere antico di manipolazione dei metalli in funzione sonora, che richiede competenze sia musicali che di fabbro, l’altro è di come questa doppia competenza si adatta ad un mercato globale. Domando dunque se nel caso specifico volessi modificare un “ride” troppo dinamico, cioè molto disposto ad aumentare di intensità, questo problema potesse essere risolto.

MI / Si tratta di un caso comune. Cioè ci sono i due estremi, questo e l’altro quando mi si dice “guarda questo piatto è durissimo e non suona, fai qualcosa…”, e si, io posso lavorarlo cercando di allentarlo oppure come in questo caso tuo, dare tensione al piatto, perché il piatto vibra troppo, si muove troppo, magari è troppo leggero, pertanto le risonanze che ha sono infinite. E giustamente può dare fastidio; in questo caso si va a dare più tensione al piatto; che manterrà il proprio peso e il proprio timbro, però diventa più teso, più stabile e bilanciato. Anche perché i piatti artigianali non è detto che siano tutti uguali, è capitato anche con dei piatti di marca Istanbul di dire: “ma qui che hanno fatto?”, oppure l’esatto opposto davanti a pezzi rifiniti con assoluta maestria. Questo è, le correzioni possono e talvolta debbono essere fatte.

 

 

MB / Questo lavoro in particolare implica la martellatura?
MI / Sì, martellatura, tuttavia si può lavorare sostanzialmente in due modi, almeno questo ho imparato, parlo per me che ho imparato da solo, magari chiedendo consiglio a qualche collega che lo faceva già, ma principalmente lo ho imparato sfondando piatti e buttando soldi… dicevo che o procedi per martellatura o procedi per tornitura, questi sono i due unici modi per fare in modo che un piatto suoni come dici tu… almeno per me sono gli unici due modi che si può utilizzare. Ce ne saranno anche altri, magari prenderanno piede, ma per ora si tratta di questi due metodi.

Mattia mi spiega che i prezzi per le modifiche come quelle descritte sopra sono modici, e più circoscritti sono, cioè, più il proprietario sa quel che vuole, meno costeranno. Ci sono poi interventi più costosi come quello di rifare un piatto di sana pianta, e infine la possibilità di acquistarne uno completamente fatto da lui, e qui si sale un po’ [per contatti si veda il suo sito].

L’ultima questione riguarda il ponte che il mestiere di percussionista istituisce automaticamente con la Turchia, patria di elezione dei piatti, che in ultima analisi passano dalle bande militari dei Giannizzeri (Yeni Ceri) alla tradizione orchestrale occidentale attorno al XVIII secolo. Bisogna tenere presente che tradizionalmente la manifattura del bronzo sonoro e quindi dei piatti per banda (zyl in turco) era appannaggio della minoranza cristiana degli Armeni nell’impero ottomano, e che dopo il genocidio da essi subito da parte delle truppe di quello stesso impero all’inizio della prima guerra mondiale, molti artigiani armeni emigrarono negli Stati Uniti. Diciamo, più o meno in coincidenza con l’inizio delle trasformazioni tecniche della batteria jazz. Domando dunque come vede oggi Mattia il rapporto con l’artigianato e la produzione turca: come funziona questa relazione, quanto è importante?

MI / Il rapporto con la Turchia è inevitabile quando si fa questo lavoro, diciamo che è come andare a Napoli a vedere come si fanno i mandolini. È la stessa identica cosa; una tradizione secolare, forse pure millenaria, non voglio dire sciocchezze, ma tra i Greci e i Romani esistevano i kymbala questi piattini pesantissimi che si suonavano con le dita; tante cose ma in sostanza l’origine di questo strumento è antichissima, molto più di quanto ci aspettiamo.

Ora, il rapporto con la Turchia è un rapporto economico, loro tendono a commercializzarsi, a vendersi, com’è giusto che sia per le imprese, questi non sono hobbisti; non dico che sia scaduta, però si è un po’ perso il mito dell’artigiano turco, c’era una volta quello che Roberto Spizzichino rincorreva, no? Che ha rincorso per una vita. Il mito del K fatto a Istanbul, dello old K, degli artigiani che li facevano. E loro giustamente si sono radicati nel mercato e da K Istanbul sono usciti Mehmet e Agop, prima Istanbul e poi si sono divisi in Mehmet e Agop, poi Mainl e da Mainl, Murat, e sempre più in un delirio di marchi, e ormai il mercato è talmente saturo che non si sa più dove andare a parare. Quindi si è un po’ persa questa cosa. Sicuramente era più bello prima quando i marchi erano pochi, suonavano tutti bene perché erano gli unici che potevi avere, ora invece c’è una gamma enorme di offerte e di possibilità di scelta.

Anche gli artigiani stanno diventando tantissimi nelle nostre zone, c’è gente che ci prova perché è bello provarci, però da noi il pioniere nel mondo e nella storia resterà sempre Roberto Spizzichino, si finisce sempre da lui (…). Ogni cosa che ha toccato Spizzichino ha inflazionato il prezzo di almeno mille duemila euro a pezzo perché si sapeva che dietro c’era una ricerca infinita… e uno studio altrettanto infinito.

MB / E niente, è un argomento bellissimo. Comunque ho sentito che sei un bravo batterista per studiare da poco tempo.

MI / Ci provo, il covid ha aiutato tanto, stando chiusi a casa. Cioè chiuso a casa in un paese che sta sul cocuzzolo della montagna a 800 metri dove non c’è un minimo di vita sociale e dove il 90% sono anziani che muoiono di giorno in giorno! Quindi, riassunto: mo’ mi chiudo nel garage, mi metto a suonare e ciao! Sto studiando tanto e mi è rimasta questa cosa. Poi sto studiando il sax, sto imparando qualche frase per sapere dove vanno a parare loro, mentre tu stai suonando. Mi piace ricercare, ecco. Non sono mai stato fermo nella vita, e quindi meglio così!

RIPENSANDOCI SU

Concludiamo la conversazione coi saluti e con alcune considerazioni su garage situati in frazioni arrampicate su cocuzzoli dell’appennino dove si cerca di non morire di giorno in giorno. Allora come ora, ci uniformiamo alla spinta a chiuderci nel garage e ciao. Qui come altrove, alcune persone sanno che certi garage possono albergare dei batteristi. I contatti stabiliti sulla piattaforma sociale tracciano linee virtuali che possono sviluppare delle relazioni a venire.  Quello che trovo molto intelligente è che Mattia sia interessato a lavorare i piatti quanto a suonare. Non mi dilungo sul fatto nuovo e positivo dell’apertura di un mercato e dello sviluppo di un mestiere che ritorna da una manualità antica in una dimensione globale.

Recentemente si è fatto un gran parlare del futuro di giovani messi da parte, questi sconosciuti, per poi notare ipocritamente che almeno gli studenti stavano dimostrando contro lo stato della scuola e le politiche del governo, mentre il resto del paese restava muto e inerte.

Si assiste oggi ad una divisione che alcuni avvertono come molto netta e altri più sfumata tra approccio tradizionale e sperimentale alla musica ed al commercio che la fa vivere. Quest’ultimo potrebbe e dovrebbe ammettere risultati altrettanto personali e diversificati quanto i singoli individui, anche se spesso non è così. La tendenza a che ogni prodotto sia da percepire come “nuovo” caratterizza oggi tutta la produzione, anche quella culturale. Ci sono molte cose che accomunano tutti coloro che si imbarcano per la strada, sia questa più o meno “tradizionale” o “sperimentale”, delle percussioni e della batteria.

Forse c’è anche un’altra dimensione che sfuma le differenze tra questa opposizione, anche nel mondo di chi manovra tamburi e oggetti percussivi. Come Mattia anch’io sono andato studiando altri strumenti, inizialmente anch’io per vedere in che cosa consiste il lavoro e la creatività degli altri musicisti, per superare quello che ci divide da loro. Ma c’è anche dell’altro: farsi qualche domanda sui problemi relativi agli altri strumenti e comparare i diversi scenari ti aiuta a capire meglio il tuo.  Nel nostro caso si tratta di conoscere i materiali, avere un’idea dell’incredibile gioco di urti e sollecitazioni, dello “stato di materia” delle leghe metalliche e di quello delle membrane dei tamburi, le velocità di caduta e di rimbalzo, le geometrie variabili che si creano e che si possono scoprire, percepire e inventare attorno a leve e fulcri e, di conseguenza, al modo in cui il corpo possa “levitare” in questo mondo affascinante e dove pensare è altrettanto vitale che giocare. È stato detto che una batteria è un ambiente e una casa: al limite questo ambiente può diventare un laboratorio di fisica applicata e applicabile nel quale prendere appunti e tracciare diagrammi di vario tipo. Forse non solo la produzione di beni materiali lo richiede, ma anche quella dell’eventuale bene immateriale di una pratica matura.

A proposito di Michele Barontini.

Batterista nato a Pisa nel 1957 ed associato alle gloriose attività prima dei Circoli Ottobre (emanazione culturale di Lotta Continua), poi del CRIM (centro per la ricerca sull’improvvisazione musicale), negli anni ’70 e ’80. Fortuna volle donargli lunghe conversazioni musicali e verbali con il grande Donald Rafael Garrett, nei tre anni in cui viveva nella sua città natale. Migrante per decenni e posto dinanzi a problemi di traduzione che lo riguardano profondamente, concepisce un legame del tutto particolare con la propria lingua e cultura natale. In questa sede vorrebbe dare notizia di concerti o scrivere attorno all’arte della batteria, nei contesti del jazz e dell’improvvisazione musicale da punti di vista laterali rispetto alla rispettive scene. A seconda dei casi, si presenta con uno strumento vintage con un setting hard-bop, altrimenti con una batteria ridotta, oppure solo col suo clarinetto.

Il Paradiddle Sublime

Il paradiddle sublime non è quello perfetto, ma quello che spinge a spendere ore di ripetitivi esercizi e di ricerche volte a suonare la batteria come… si vorrebbe? A non suonare come non si dovrebbe? Diciamo che rivela la base ideologica di una pratica, dunque, come potrebbe essere il mondo visto da un batterista? La domanda diventa interessante se la si considera attraverso diverse immagini del tempo. Nella ricerca della misura dei pesi e delle leve muscolari di un sublime paradiddle leggero ma deciso, non accentato ma accentato, dei segreti che non sono segreti, nel vorace consumo di tutorial su YouTube e di un mito della velocità che sfiora la patologia, si cela una perplessità profonda per il massiccio flusso di cultura musicale statunitense che gonfia i media del mondo globale non più globale, anch’essa in profonda crisi, come ogni cosa contenuta dal medesimo. Anche qui, ci sono stati tempi diversi. Guardiamo pure con molta attenzione al jazz e derivati senza perdere d’occhio le moltissime cose che non siamo.

Batteria artigianale: un espresso con Mattia Iorillo Jazzespresso Rivista Jazz – copyright 2022

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