Pianoforte Jazz: un espresso con Michele Francesconi

15 giugno 2021

Abbiamo intervistato Michele Francesconi, attivissimo pianista e didatta. 

> Eugenio Mirti


Sei una personalità eclettica: musicista, didatta, direttore artistico, e molte altre cose. Qual è la parte del tuo lavoro che ti piace di più?
Parto da una critica: negli ultimi venti anni nell’arte (e nella musica) c’è stata una maggior attenzione alla “confezione” della proposta anziché al contenuto. A mio avviso sul palco bisogna andare quando si ha qualcosa da dire, è un gesto di responsabilità. Tutto ciò che riguarda la musica, suonare, occuparsi di direzioni artistiche, la didattica, sono attività intersecate. Per me fare musica da un lato è un’espressione artistica, dall’altro  è un’attività moto artigianale che mi segue negli anni, attraversando varie fasi. In sintesi occuparsi di musica è un atto di responsabiità, molto artigianale; non mi sento eclettico!
 
 
 
Il tuo ultimo disco (Solo, AlfaMusic 2020) è appunto stato realizzato in pianoforte  solo: perché questa scelta?
Secondo me ci deve essere un equilibrio tra il fare le cose e il trovare l’ambito artistico dell’urgenza espressiva. Cerco di trovarlo,  la gestazione media dei miei dischi è di quattro anni, magari non sono sempre i dischi della vita ma sono fotografie sonore degli studi e delle curiosità di questi anni. Questo disco è rappresentativo di come riesco a suonare oggi, poi può piacere o non piacere. Il piano solo è una tappa del percorso che mi sentivo di fare, e sarà seguito sicuramente da un secondo piano solo. 
 
Come hai lavorato al Maderna Festival di Cesena di quest’anno?
È stata la “scusa” per realizzare un unico cartellone e dare visibilità al mio dipartimento: consideriamo che Cesena è il secondo conservatorio più piccolo d’Italia. Così ho proposto di fare suonare gli insegnanti nel loro contesto più consono, cioè con un loro progetto organico. Le master class di Maurizio Giammarco e Luca Bragalini sono state decise invece per avere degli ospiti esterni,  La qualità è alta, pur essendo il risultato di una scelta squisitamente didattica; non c’è un filo conduttore ma è comunque una iniziativa rimarchevole.
 
 
Cosa ci ha insegnato l’emergenza sanitaria secondo te?
È stata una vera tragedia, ci sono stati moltissimi morti e quindi questa è la prima considerazione. A volte nelle tragedie ci sono delle opportunità, e una di queste è stata una opportunità logistica. A livello di comunicazione, di lezioni on line, si possono fare molte cose. È chiaro che sto parlando di lezioni o conferenze e non di musica dal vivo.
 

La musica è un fatto sociale, quindi da una parte c’è una grande voglia di rinascita e socialità, dall’altra trovo interessanti le possibilità aperte con le video conferenze, riunioni, etc., spero che in futuro si possa far tesoro di questo per riuscire a vivere sempre meglio attraverso la tecnologia. 
 
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ce ne sono due in particolare! il primo si chiama Seasons, è un disco cui sto lavorando da tre o quattro anni e nasce da una commissione che ho fatto a tre jazzisti compositori (Luca Dell’Anna, Marco Ponchiroli e Stefano Travaglini) .
Il secondo è un omaggio a Jimmy Van Heusen, importantissimo autore di standard del jazz, realizzato da un nonetto completamente arrangiato da me. È praticamente pronto, coinvolge anche Francesca Bertazzo alla voce e Mauro Beggio alla batteria, insieme cinque fiati del Trentino della New Project Orchestra. 
 
 
 
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