Mirroring: un espresso con Paolo Sorge

 

12 aprile 2022

Uscirà il prossimo 27 maggio per Blue Mama il nuovo album di Paolo Sorge, intitolato Mirroring, anticipato dai singoli “Reperto” e “Mirroring”. Abbiamo intervistato il chitarrista siciliano.

> Eugenio Mirti


Ci spieghi il curioso titolo del disco, Mirroring?
Innanzitutto grazie di cuore per lo spazio che mi dedicate, perché posso garantire che in questo momento storico è particolarmente importante far conoscere il lavoro di alcune realtà produttive indipendenti e invitare il pubblico a uscire di casa per partecipare ai concerti, oltre all’ascolto delle nuove uscite discografiche. La musica è un linguaggio e come tale ha bisogno di essere vissuta nei luoghi adatti alla comunicazione, all’ascolto e quindi alle relazioni personali, non soltanto attraverso la riproduzione meccanica.

Spendere una vita intera per la musica, soprattutto per chi come me cerca di dire qualcosa di personale in libertà e andando oltre i modelli precostituiti, è un atto di responsabilità, un modo di assumersi un ruolo nella società che la propria musica vuole in qualche modo “rispecchiare”. 

Mirroring è un titolo che rimanda allo specchio, principale fonte di ispirazione che ho utilizzato scrivendo la musica del mio nuovo progetto. È una suggestione che può assumere molti significati poetici per l’ascoltatore e al tempo stesso un pretesto giocoso per me, dal momento che ho utilizzato qui e là alcune tecniche compositive di scrittura “a specchio” o inventato per i brani titoli palindromi come “Avida Diva” o “Aci, su mare era musica”.

Le composizioni sono state scritte durante il lockdown: credi che il momento le abbia influenzate? E come lavori in generale a scrittura e arrangiamenti?
Durante il lockdown del 2020 ho avuto molto tempo a disposizione per comporre e progettare la mia musica, e questo è un elemento di resilienza che molti musicisti hanno potuto cogliere in quel momento storico surreale in cui era impossibile tenere concerti o frequentare altri musicisti. La solitudine può essere una condizione favorevole per la creatività,anche per il solo fatto di ritrovarsi molto tempo a disposizione per studiare, leggere, meditare, sperimentare.

Rovistando fra i miei appunti ho trovato frammenti di composizioni mia completate o solo abbozzate. A una di queste ho dato il titolo “Reperto” proprio perché si trovava sotto forma di manoscritto a matita su un mio quaderno del 1991. Quindi ho sottoposto questi appunti, alcuni vecchi e altri più recenti, a una revisione e ho realizzato delle prime bozze. Poi ho completato la stesura e realizzato dei provini da solo mentre mi trovavo in vacanza sull’isola di Linosa, un piccolo paradiso dove vado a trascorrere i momenti di riposo estivi, prima di incontrare i musicisti del mio nuovo quartetto. 

Quali sono gli elementi di novità (se ci sono) rispetto ai tuoi dischi precedenti?
Direi che il primo elemento di novità sta proprio nella scelta dei musicisti, tutti residenti a Barcelona e ben più giovani di me. Giuseppe Campisi, contrabbassista e compositore jazz che viene dalla provincia di Catania, la mia città, vive già da qualche tempo in Catalogna dove si è inserito molto bene nell’ambiente musicale con collaborazioni importanti e propri progetti.

Lluìs Naval è uno dei batteristi più versatili con cui abbia mai suonato. Ha il dono della chiarezza quando suona e poi, forse perché ha esperienze musicali precedenti come pianista, ha la capacità di mantenere sempre molto lucida la consapevolezza delle forme compositive che suoniamo. Anche Lluìs è un musicista di riferimento per molti progetti emergenti a Barcelona.

Santi De La Rubia nel suo paese è già uno dei tenoristi di riferimento nella scena contemporary jazz. Ha un suono ipnotico molto personale con un registro acuto straordinariamente preciso e intonato, e poi è un virtuoso del suo strumento oltre che un insegnante molto apprezzato in ambito accademico. Così la vera novità per me è trovarmi con un quartetto siculo-catalano e aver registrato e suonato a Barcelona. 

L’essere siciliano/italiano secondo te influenza la musica che suoni?
Credo proprio di sì. Il jazz mi appartiene da sempre come una lingua madre perché è la musica di cui mi nutro da quando ero bambino perché si ascoltava a casa, ma il contesto socio-culturale in cui si è sviluppata questa musica è radicalmente diverso da quello in cui sono cresciuto. Mi sono formato non soltanto suonando musica di improvvisazione di matrice afro-americana ma anche, da chitarrista  e compositore, attraverso la musica europea.

La caratteristica imprescindibile del jazz che voglio mantenere nella mia musica è quella forma espressiva riferita al presente, di gesto sonoro irripetibile e in un certo senso irriproducibile perché concepito e agito nello stesso istante. La registrazione di certe musiche è un artificio, quindi, che non può sostituire come dicevo l’esperienza della partecipazione attiva a un concerto. Vivere ed esperire la musica nei luoghi in cui si svolge è la vera sfida per noi musicisti in uno scenario come quello che stiamo vivendo, in cui lo streaming e il video sembrano essere la modalità principale di fruizione della musica. Non può essere così, abbiamo bisogno oggi più che mai di emozioni ed esperienze concrete, immersive e non mediate da protocolli di trasmissione digitali e telematici. 

Come scegli i tuoi collaboratori musicali?
Mi baso proprio sulla possibilità concreta di incontrare i musicisti con cui voglio suonare, direi su un criterio geografico. Il quartetto italo-catalano implica il desiderio di inaugurare un asse Catania-Barcelona lungo il quale viaggiare più spesso e costruire la possibilità di attraversare in tour le regioni intermedie.

Per il resto sto cercando di frequentare più spesso i musicisti siciliani come me perché ho bisogno di frequentare a lungo le persone con cui suono per poter maturare alcune cose. Lavoro su produzioni e composizioni originali e avverto fortemente il bisogno di provare spesso, di “fare laboratorio” prima di suonare per il pubblico o registrare. 

Ultimamente sto sperimentando un trio con Carmelo Venuto, contrabbassista catanese, e Emanuele Primavera alla batteria con l’obiettivo di proporre la mia musica nel format classico del trio. 

 

Cos’è il jazz per te?
Vivere l’istante presente e irriproducibile, esprimersi in libertà, la ricerca della propria voce, l’amore per il suono, e poi quella speciale tensione dialettica tra testo musicale e astrazione estemporanea, scrittura e improvvisazione, solista e collettivo. 

Come ti vedi da qui a dieci anni?
Sempre più innamorato e dedito alla musica, con la quale ho un rapporto quasi spirituale. A volte penso alla musica come un’entità autonoma, con le proprie ragioni di esistere che a noi musicisti tocca assecondare e trasmettere. Da qui a dieci anni sarò anche più anziano e sempre più annoiato da quei musicisti che indossano maschere, si atteggiano seguendo la moda del momento imitando il suono di qualcun altro, tradendo così una delle lezioni più importanti dei grandi maestri del jazz del passato: fai la tua cosa, falla a modo tuo!

Agli operatori del settore, i direttori artistici dei club e dei festival più importanti del nostro paese mi permetto di suggerire un ascolto attento, in cuffia e al buio del mio nuovo album e di tante altre produzioni di musicisti che normalmente vengono trascurati nelle programmazioni. Penso che la mia musica – mi permetto di dire questo dopo 35 anni di attività – sia del tutto adeguata alle loro programmazioni. Vedo che invece si preferiscono i soliti nomi già noti o magari i progetti che hanno già un alta percentuale di “visualizzazioni” sui social network. Ecco, la musica è l’arte dei suoni: funziona anche al buio, e la qualità non può dipendere soltanto dalla qualità dei video e dalle visualizzazioni!

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