NovaraJazz: un espresso con Corrado Beldì
17 luglio 2021
Il viaggio alla scoperta della black music italiana prosegue e ci porta in Piemonte. Prossima fermata: Novara.
Carissime lettrici e lettori e di JazzEspresso vi do il benvenuto al quarto episodio di #bluemamavibes. Oggi siamo in compagnia di Corrado Beldì per un’intervista alla scoperta di due realtà molto importanti: NovaraJazz e l’Associazione Nazionale I-Jazz, noto collettore dei più conosciuti Jazz Festival italiani.
Ciao Corrado, grazie per aver partecipato alla nostra rubrica. Partiamo dalle origini: come nasce il tuo rapporto con il Jazz e la Black Music?
È nato tutto quando un amico mi regalò la cassettina “Joe Williams Sings, Count Basie Swings”. In questo disco c’erano un sacco di brani swing, ma anche della tradizione blues e gospel: ho trovato un secolo di America in queste canzoni, ne sono rimasto rapito e le cantavo a squarciagola.
Da lì ho iniziato ad innamorarmi della musica black in due direzioni, per così dire: da una parte c’erano il jazz delle origini, il free jazz ed il jazz contemporaneo, dall’altra la musica soul, da Otis Redding a Sam Cook, da James Brown a Etta James, e potrei nominarne altri cento.
Questa passione mi ha portato a collezionare dischi 45 giri degli anni ‘60 – anche grazie al ritrovamento di una splendida collezione di Ezio Leoni – e da lì ho cominciato a comprare dischi e realizzare dj set soul e R&B coi 45 giri, con grande passione ma in maniera amatoriale. Il proprietario di un’enoteca parmense in cui feci il mio primo set mi assegnò a tradimento lo pseudonimo DJ Spanna, che significa Nebbiolo in piemontese ma è anche la dimensione del 45 giri.
Quali sono gli aspetti della cultura musicale afroamericana che ammiri maggiormente?
Sono appassionato a molti ambiti della cultura afroamericana: dalla letteratura all’arte, dal cinema a tutto ciò che è stato espresso dai grandi creativi americani; penso all’Harlem Renaissance oalla grande epoca del Soul. Mi piacciono molto anche i pittori come McArthur Binion, Raymond Saunders o Kevin Beasley.
Per quanto riguarda il cinema invece il riferimento è Spike Lee: grazie a lui sono diventato un collezionista di salvadanai in ghisa dell’800, i cosiddetti Jolly Nigger Money Bank. Si tratta di oggetti dal forte significato razzista, che si usavano alla fine della guerra di secessione per insegnare ai bambini bianchi che i neri si mangiavano i loro soldi. Penso sia scontato sottolineare l’interesse verso le lotte per i diritti civili, quindi possiamo andare avanti!
Novara Jazz: come nasce e perché.
Tempo fa ho conosciuto Riccardo Cigolotti, un architetto novarese che aveva invitato a Novara Lawrence Butch Morris: musicista cornettista che dopo la guerra in Vietnam e altre vicissitudini ha iniziato ad occuparsi di conduction (orchestra di improvvisatori). Nacque tutto da lì. Per me Lawrence rappresenta il genio afroamericano, l’uomo che si emancipa completamente da quella che è la visione più vernacolare portando la musica black in un’altra dimensione, che è quella della musica contemporanea colta europea. È stato un grande amico e mi ha lasciato grandi insegnamenti. Penso spessissimo a lui nel costruire NovaraJazz, un festival che vuole portare la musica contemporanea, spesso sperimentale, anche al di fuori dei luoghi adibiti alla musica.
Nel 2016 il festival si è aperto al mondo della danza: come ha reagito il pubblico a questa novità?
Il pubblico partecipa sempre con entusiasmo ai nostri eventi, e devo dire che spicca per curiosità e passione. Il primo evento in assoluto realizzato dall’associazione che gestisce NovaraJazz vide come protagonista Holly Bass, poetessa e performer afroamericana. Successivamente, visti gli ottimi feedback, siamo partiti con un progetto di co-produzione con l’Etiopia insieme a Melaku Belay, un curiosissimo danzatore contemporaneo. Da lì sono nati due progetti, Inverno Muto, e Novara Jazz goes to Ethiopia – un progetto accompagnato da Francesco Cusa alla batteria, Riccardo Pittau alla tromba e Gaia Mattiuzzi alla voce. Dopo una serie di esperimenti ben riusciti è partito ufficialmente un progetto in cui accostiamo improvvisatori e danzatori, a cura di Enrico Bettinello: non vedo l’ora di ricominciare a portare nuove proposte in città.
Sei anche fondatore e presidente di I-Jazz: su cosa si basa il modello di “rete” dell’associazione e che opportunità ha creato nel corso degli anni?
Fare rete per me significa entrare in un sistema in cui sei disposto a dare e ricevere, magari rinunciando a fare le cose da solo per il tuo tornaconto individuale. Rete significa partecipare a progetti più grandi di te, in cui hai solo una parte limitata di risorse, ma contribuisci a costruire dei progetti sistemici. I festival che hanno deciso di entrare – e restare – in I-Jazz sono progetti che hanno capito che a volte anziché mettersi al centro per soddisfare il proprio ego è meglio lavorare insieme, provando a costruire dei percorsi di successo nell’ottica dell’interesse comune.
Cito come esempi dei progetti bellissimi quali “UNESCO in Musica” e “Borghi Swing”, nati per portare bella musica in posti incredibili. Mi vengono in mente anche “Jazz Rail” inscenato nelle linee ferroviarie abbandonate o “La Marcia Solidale” e il “Jazz Italiano per le Terre del Sisma” che sono progetti nati per portare musica, cultura e solidarietà nei luoghi disastrati. Chi partecipa a queste iniziative è sicuramente un Giusto, come si diceva una volta.
Qual è l’impatto di un festival musicale sul territorio e che opportunità genera da un punto di vista sociale ed economico? Se vuoi possiamo prendere come esempio proprio NovaraJazz.
Questo tema mi è molto caro, tanto che insieme ad I-Jazz ho condotto uno studio a riguardo coinvolgendo l’università di Novara, e anche uno studio di impatto insieme alla Bocconi guidato da Severino Salvemini, Costanza Sartoris e Arianna Riccardi. È stato importantissimo perché ha riguardato venti festival italiani e i dati emersi sono davvero molto interessanti.
Parlando di NovaraJazz, lavoriamo con maestranze e staff locale; abbiamo due persone fisse e una quindicina di persone con contratti di collaborazione a tempo determinato. Lavoriamo a contatto con musei e università, facciamo lavorare on stage i nostri stessi studenti, cerchiamo di creare opportunità vere. In poche parole cerchiamo di non far scappare all’estero i talenti italiani.
Svolgiamo attività con i bambini, con i carcerati in riabilitazione sociale, con le categorie fragili, con gli anziani, con gli emarginati. Ad esempio, abbiamo messo su l’Orchestra di periferia, i cui componenti sono migranti richiedenti asilo. A Novara ci sono tanti ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana, e noi attraverso la musica cerchiamo di offrire accoglienza e rispetto.
Parliamo ora di direzione artistica: che opportunità offre NovaraJazz agli artisti emergenti italiani?
In generale diciamo “sì” a tutto ciò che si può fare con artisti giovani e creativi. Inoltre lavoriamo molto sulle anteprime: ricordo con grande piacere il primo concerto europeo dell’Hypnotic Brass Ensamble o il primo concerto italiano di Mulatu Astatke e di Ebo Taylor.
Siamo anche molto interessati a progetti sperimentali: negli anni abbiamo sempre provato a portare dj set di artisti afroamericani come dj Rapture e dj Spookie. Quest’ultimo, ad esempio, è venuto a Novara per remixare a modo suo l’archivio musicale del Total Music Meeting di Berlino. Il tutto servì a sonorizzare una splendida mostra fotografica di Roberto Masotti.
Tendiamo poi a lavorare molto su progetti di residenza artistica e nuove proposte, e siamo molto aperti all’idea che a Novara ci siano opportunità per giovani artisti. Considera che facciamo un centinaio di concerti all’anno tra l’Opificio Jazz Club, la stagione NovaraJazz e il Festival, quindi le opportunità di certo non mancano!
Quanto è importante, a tuo avviso, il concetto di “managerialità” applicato all’industria musicale?
Credo che ci sia un bisogno fortissimo di professionalizzazione nel nostro sistema. Uno dei motivi per cui abbiamo fondato I-Jazz – che non vuole essere assolutamente un progetto esclusivo per pochi festival privilegiati – è far crescere tutti i soci, piccoli o grandi che siano. Sarò felicissimo quando i festival italiani nuovi diventeranno più grandi di NovaraJazz, per dire. A tal proposito, ci occupiamo molto di formazione proprio per aiutare i professionisti del jazz a mentalizzarsi sulla crescita: il futuro è nelle mani di chi decide di migliorare la propria professionalità e di conseguenza migliorare il sistema. Per esempio, con la serie di webinar “Il Lavoro della musica” formiamo i lavoratori del settore in questo senso, e tengo a specificare che il progetto è aperto a tutti, non solo ai nostri soci, perché a noi interessa il sistema.
Un altro tema caldo di cui parliamo spesso, sempre legato all’approccio manageriale, è che dobbiamo essere più europei e meno italiani. Come associazione, per esempio, siamo iscritti ad Europe Jazz Network, che è una poderosa training school e ci dà una chance di imparare tantissime cose. Tra parentesi, la prima European Jazz Conference italiana nei 33 anni di storia del network è stata fatta a Novara. Contesti come questo sono importanti perché sono un’occasione per parlare di musica in tutte le declinazioni, ci sono oltre 200 festival da tutta Europa che contribuiscono con esperienze di ogni tipo alla crescita collettiva. Grazie a loro ho imparato, ad esempio, l’importanza dei progetti sulle periferie, e ho aperto l’area sociale del Novara Jazz di cui ho parlato prima. Ho scoperto la sound diplomacy che è una metodologia per studiare i suoni della città e la loro evoluzione nel corso degli anni, per capire come attraverso i suoni si possono fare delle scelte di urbanistica ed intervenire per migliorare la città.
Per concludere, credo che se chi sta dietro le quinte imparasse a comunicare meglio con il pubblico, a trovare soluzioni alternative e innovative senza riscaldare sempre la stessa minestra, le opportunità non sarebbero così poche. Se non ci si assume la responsabilità dei propri errori e dei propri fallimenti, da dove dovrebbe arrivare la spinta verso il miglioramento?
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