Different Roots: un espresso con Rodrigo Faina

Image Credits: Rodrigo Faina © Kaothic Alice

23 marzo, 2021

Il 12 febbraio la Red Piano Records di Brooklyn ha pubblicato “Different Roots“, il nuovo album di Rodrigo Faina e il Change Ensemble, il compositore argentino residente in Olanda ci ha parlato del suo nuovo lavoro.

> Ivano Rossato 


Come sono nate le composizioni di “Different Roots”? Quale processo di composizione e registrazione hai seguito?
Il jazz ha avuto un posto molto importante nella mia formazione musicale e nei miei inizi con la musica, ma per molti anni è passato in secondo piano e sono stato completamente immerso nella musica classica contemporanea. Dovevo fare un album per un grande ensemble con una forte influenza jazzistica e che allo stesso tempo mostrava influenze da altri generi di musica che mi piacciono molto e che in misura maggiore o minore fanno parte del mio linguaggio musicale. Da lì è nata l’idea di realizzare un album per un grande ensemble che avesse una certa somiglianza con una Big Band ma che includesse altri strumenti e sonorità. A parte questo, non volevo usare nessuna delle tecniche e delle strutture che si possono ascoltare comunemente in molti compositori e arrangiatori di big band. Quindi mi sono imposto di creare un ensemble di alto livello tecnico che mi permettesse di scrivere liberamente, senza preoccuparmi dei limiti che possono avere gli ensemble classici o gli ensemble di tradizione jazzistica.

Il processo di composizione è stato differente per ogni pezzo. Fin dall’inizio è stato chiaro che questo doveva essere segno che l’album potesse avere colori diversi e i pezzi fossero diversi l’uno dall’altro. Ci sono brani che nascono da piccoli frammenti melodici che canto, altri da idee armoniche, da sequenze di intervalli, da idee più concettuali. Comunque, al di là dell’idea iniziale, sono sempre molto metodico e concepisco il pezzo nella sua interezza prima di iniziare a lavorarci più in dettaglio.
 

Il processo di registrazione è stato piuttosto lungo, il Change Ensemble è composto da musicisti che hanno un’attività professionale molto intensa, quindi ci sono state diverse sessioni abbastanza distanziate nel tempo. Ad ogni modo, molti dei musicisti avevano già suonato insieme in varie orchestre o altri progetti e questo ha aiutato parecchio quando si trattava di interpretare e registrare la musica. 

 
La musica di “Different Roots” è molto evocativa, quasi “cinematografica” … cosa ti ispira di più nell’atto creativo?
I pezzi dell’album sono stati ispirati da un profondo senso di nostalgia. Da un lato, potrei dirti che questo sentimento di nostalgia è associato a cose che mi mancano del mio paese, in particolare il luogo in cui sono nato, il mio quartiere, la casa di mia madre e tante immagini e ricordi delle periferie di Buenos Aires, che sono completamente diverse da qualsiasi città europea. Tuttavia questo sentimento di nostalgia o tristezza è qualcosa di profondo dentro di me e che mi ha sempre accompagnato. È una sensazione che funziona come una lente attraverso la quale osservo le cose che mi circondano. Una volta ho letto che Kenny Wheeler ha detto che le melodie tristi lo rendono felice. Penso che mi succeda qualcosa di simile.

Molte persone menzionano la parola cinema in relazione alla mia musica, tuttavia la musica da film, salvo casi molto specifici, non è qualcosa che mi entusiasma troppo. Quello che penso accada è che la musica è evocativa e che in qualche modo trasmette certe immagini all’ascoltatore. Ciò è qualcosa di cui sono orgoglioso poiché tutta la musica che amo mi porta fuori dalla realtà. Penso che questa sia una delle cose meravigliose della musica.
 
 
 
 
Jazz, musica classica, chitarra elettrica, voce, percussioni, ottoni … Che “suono” hai in mente quando componi? Il risultato finale è un arrangiamento o concepisci le opere dall’inizio nella forma che l’ascoltatore ascolterà sul disco?
Da quando ho iniziato con la musica è sempre stato molto chiaro che volessi avere la mia voce, non mi interessava mai copiare o imitare altri artisti. Quindi mi è sempre piaciuto provare diverse strumentazioni, strutture e diversi approcci all’improvvisazione. Questo è il motivo principale per cui molti anni fa ho deciso di approfondire la composizione musicale. Oltre a ciò, sono sempre stato interessato alla musica che sfugge alla categorizzazione in termini di genere musicale. Penso che sia perché questo tipo di musica tende ad essere imprevedibile e questa è una qualità che apprezzo molto.

Negli anni ho messo insieme diversi gruppi con molteplici combinazioni di strumenti che non avrei potuto trovare in nessun altro ensemble. Con questi ensemble ho provato molte idee differenti e questo mi ha fatto crescere e mi ha aiutato a trovare il mio suono. Quindi questo album è il risultato di tutti quegli anni passati a provare soluzioni nuove.

Compongo sempre direttamente per l’intero ensemble, non eseguo mai arrangiamenti della mia musica. Penso che un Large ensemble, o qualsiasi altro ensemble, sia uno strumento di per sè, nel senso che presenta una serie di possibilità in termini di timbro e tessitura che sono uniche per ogni ensemble. Penso che se uno compone qualcosa e successivamente viene arrangiato, le composizioni possano perdere molte di queste possibilità.
 
 
Dall’Argentina e dal continente americano ai Paesi Bassi e all’Europa: stilisticamente parlando, cosa hai “portato” dalla tua terra e cosa “hai trovato” in Europa?
Mi è sempre piaciuto il tango e la musica folk del mio paese, quindi quei suoni e quelle melodie sono sempre stati presenti nella mia testa e fanno parte del mio subconscio musicale. Inoltre, penso che a quel tempo in Argentina il jazz non fosse così strettamente legato alla tradizione jazz nordamericana. Molti dei musicisti professionisti che ho visto suonare quando ero giovane erano convinti che il jazz made in Argentina dovesse in qualche modo differire dal jazz nordamericano, quindi molti artisti hanno preso elementi dal tango, dal folklore argentino o da altra musica latinoamericana. Quella visione o quel modo di avvicinarmi al jazz mi ha influenzato molto.

In Europa, sono rimasto molto colpito dalla musica classica europea, in particolare dalla musica classica contemporanea. Era qualcosa a cui ero già stato esposto in Argentina, ma in Europa è una tradizione vivente a cui molti si sentono più vicini. In qualche modo si respira nelle loro città, e quando l’ho ascoltata eseguita da musicisti di altissimo livello, tutto è cambiato per me. Da lì penso che molte delle mie esperienze musicali abbiano preso forma e abbiano avuto un senso.
 
Se ci sono, quali differenze hai riscontrato nei due continenti riguardo al modo di approcciare la musica?
In Europa la scena musicale è molto più grande e ogni paese ha la sua storia e scena musicale, ma i musicisti si spostano molto da un paese all’altro, quindi ci sono molte correnti e modi diversi di avvicinarsi alla musica. In America le distanze sono più vaste, quindi ogni paese è molto più isolato e la scena musicale, ad eccezione degli Stati Uniti, tende ad essere più piccola e più locale.

Oltre a ciò, in Europa c’è ancora denaro pubblico destinato alle arti e il business della musica è molto più grande. Ciò influenza direttamente i musicisti e, nel bene e nel male, determina le decisioni artistiche. In Argentina, ad esempio, generare una parte consistente del tuo reddito suonando concerti jazz è fuori questione, quindi molti musicisti si preoccupano solo di ciò che vogliono esprimere e di ciò che vogliono dire, e non tanto degli affari che li circondano, e questo a volte è molto positivo per l’arte.
 
 
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