Notturni: un espresso con Emanuele Sartoris e Daniele Di Bonaventura

29 giugno, 2021

Caligola Records ha appena pubblicato Notturni, l’album ispirato dall’amore per Chopin del pianista e autore Emanuele Sartoris, che, fra i tanti progetti, anima le puntate di “Nessun Dorma” della RAI con i Night Dreamers, e che per questo nuova raccolta è stato affiancato dal personale timbro del bandoneón di Daniele Di Bonaventura, uno degli artisti italiani più conosciuti all’estero che vanta collaborazioni italiane e internazionali di altissimo livello. 

> Ivano Rossato 


Cosa nei Notturni di Chopin ha innescato la tua creatività e la voglia di rielaborare?
ES: Da anni mi piace giocare nel confine tra jazz e musica classica, in questo caso abbiamo trattato i due Notturni dell’artista polacco come degli standard jazz a tutti gli effetti. Le griglie sono leggermente più elaborate rispetto alle canzoni che i jazzisti prendono a prestito per improvvisare, ma di fatto anche nei Notturni di Chopin è possibile riscontrare dei temi e delle rielaborazioni dello stesso tema con forme molto simili agli standard. Ci è sembrato perfetto prenderli per poter creare qualcosa di nuovo laddove Chopin reinterpretava i temi con variazioni differenti. È necessario non dimenticare che a sua volta Chopin è stato un grande improvvisatore e che i suoi stessi Notturni, a seconda dell’allievo che li maneggiava contenevano variazioni ed abbellimenti scritti ad hoc dallo stesso Chopin. Mi sembra un bel modo per rinnovare un patrimonio classico che appare inviolabile riportando alla luce l’aspetto improvvisativo oggi soppresso nelle accademie ma che all’epoca era patrimonio scontato e necessario di qualsiasi pianista compositore di talento.
 
DD: Quando ci siamo conosciuti, in occasione del quartetto di Maurizio Brunod, è nata una bella amicizia e abbiamo parlato molto di musica classica, passione che ci accomuna. Emanuele dopo un po’ di tempo mi ha proposto di fare un lavoro basato su alcune sue composizioni ispirate ai notturni di Chopin. L’ho trovato un progetto molto interessante perché amo molto queste sfide, soprattutto quando si tratta di un duo con il pianoforte. Il progetto è pensato bene e questa direzione mi intrigava molto per l’insieme di rielaborazione, arrangiamento, scrittura e improvvisazione.
 
 
Chopin amava in particolar modo lo studio del “bel suono”…
ES: Com’è ormai noto l’aspetto tecnico nella musica è per me un elemento espressivo determinante per coordinare in maniera sempre più efficace il rapporto tra mente e mano. La tecnica viene spesso intesa come rapidità, concatenazione di note in fila a ritmi infernali, ma in realtà il suono è l’elemento tecnico più difficile da governare, da possedere, avere e comprendere.  Chopin non solo aveva un’infinità di gradienti di tocco, dal pianissimo fino al fortissimo passando per innumerevoli sfumature, ma scriveva imitando le cantanti Italiane che poteva ammirare esibirsi nei teatri polacchi. Più vado avanti nella mia ricerca più mi sento affine alle scoperte di Chopin, gestire un bel suono ed un bel cantato sono elementi di limpida ed immacolata espressività che ci obbligano a non poter mentire quando si suona, questa è la vera tecnica, che è assoggettata all’avere qualcosa da raccontare.
 
DD: Quando si ha a che fare con un’esecuzione rigorosa ti metti su un altro piano, in testa ti programmi un atteggiamento diverso, quello di essere più espressivo possibile attraverso l’interpretazione, il tocco. In questa funzione quando suono da solista, da cantante, posso esprimere appieno l’espressività timbrica del bandoneón.
 
Emanuele, cosa ti ha fatto sentire che Daniele fosse il giusto partner per il progetto? Avevi già un suono definito in testa o è stata più la componente umana a ispirarti?
ES: La prima volta che ho sentito l’espressività del suo bandoneón, così umano, realmente sincero e poetico ho capito che sarebbe stata l’unica voce che desideravo per i Notturni che stavo scrivendo ed ho sperato fin da subito che accettasse. Ho scritto ogni Notturno immaginando e pianificando, o talvolta lasciando del tutto libera l’amalgama tra i nostri due strumenti. Il fatto che Daniele sia anche un pianista eccezionale fa sì che quando suona il bandoneón ha sempre una grande accoglienza ed attenzione particolare verso l’incastro sonoro con il pianoforte, questo rende tutto più semplice e realmente spontaneo. Ho sempre pensato inoltre che ogni persona suoni e si esprima sullo strumento così com’è nella vita. Penso e credo fermamente nel fatto  che non si possa separare il musicista dalla persona, per questo Daniele non solo è un grande del suo strumento, ma è riflesso di una persona straordinaria, molto generosa sensibile ed attenta.
 

“Questo è veramente un progetto in equilibrio tra rigore di scrittura e interpretazione e improvvisazione perché nei brani c’è una forte struttura. Emanuele ha scritto dei pezzi veramente interessanti, oggi nel jazz c’è bisogno di gente che sappia scrivere e che sappia pensare alla musica anche tenendo conto della struttura, cosa che la musica classica ha e che nel jazz purtroppo a volte manca. È come fare un grattacielo con una struttura solida che tiene qualsiasi terremoto.” Daniele Di Bonaventura

 
 Condividete la passione per la musica classica: come si sposano la “musica improvvisata” e quella “interpretata”? 
ES: Assolutamente vero, parte del nostro convergere insieme in questo disco è legato alle tante chiacchierate con Daniele rispetto ai nostri ascolti, autori classici in comune che amiamo ed il confronto sul nostro approccio di rielaborazione di opere classiche. Ritengo che nel mio modo di vedere la musica classica si possa parlare di iper-interpretazione, perché non solo si interpreta ma si prova ad immaginare come Chopin stesso avrebbe trattato al giorno d’oggi la materia improvvisativa all’interno della sue composizioni. C’è da dire che questa è solo una parte, il disco trae ispirazione dal genere compositivo che ha reso celebre Chopin spostandosi su Notturni a firma mia e di Daniele, qui è ancora diverso, si interpreta se stessi e si fa i conti con la reale necessità di comunicare qualcosa.
 
DD: La musica di Chopin ha la caratteristica che pur essendo stata scritta, all’epoca veniva anche improvvisata. Lo stesso Chopin, che era un pianista strepitoso, era anche un improvvisatore pazzesco. Secondo me scriveva i suoi pezzi traendo ispirazione dalle improvvisazioni e viceversa con un gioco fra trascrittura e improvvisazione. Mi piace molto la scrittura di Emanuele, non mi considero un jazzista al 100% e non voglio esserlo, sarebbe come essere solo una piccola parte della musica, è importante sapere esprimere anche il proprio linguaggio attraverso una parte scritta. Saper essere interprete è una gran bella funzione del musicista, cosa che a volte all’improvvisatore manca.
 
 
Come avete scelto la composizione di Daniele nell’armonia stilistica dell’album?
ES: Daniele ha una penna compositiva a dir poco strepitosa. Inizialmente si era pensato di reinterpretare alcuni brani, a loro volta vicini al clima di questo lavoro, tratti dal suo disco in piano solo “Romanze senza parole”, fino alla proposta di Daniele di farmi ascoltare e provare la composizione che poi è finita nel disco. Dal primo momento in cui ho messo le mani sul pianoforte per provarlo ed ho ascoltato le bozze audio ho capito che sarebbe stato il brano perfetto per questa raccolta, così chopiniano nel suo incedere con una linea melodica chiara ed identitaria che si è incastonato alla perfezione come un brillante al centro del disco.
 
 
Interessante la simmetria palindroma della scaletta: una casualità?
ES: In realtà no. Usciti dallo studio di registrazione  a conclusione del disco, durante il viaggio in auto ancora emozionati ed abbandonati in chiacchiere libere riguardanti il nostro fresco operato, colti dal buon umore generale siamo finiti entrambi sullo stesso discorso raccontandoci vicendevolmente la scaletta per il disco. In maniera mistica ho raccontato a Daniele la mia idea maturata li per lì di iniziare e concludere il nostro lavoro con Chopin, mettere al centro il suo brano inserendo prima e dopo tre dei miei sei Notturni. La risposta di Daniele stupefatta è stata “… Non ci crederai, è incredibile! Ma sai che stavo pensando la stessa cosa?!…”. Sembrava perfetto ed è rimasta da subito la scaletta inviolata del disco. Complicità, idee e semplicità, una ricetta infallibile!
 
 Come avete raggiunto l’equilibrio armonico melodico fra i due strumenti? È stato un processo naturale? 
ES: L’equilibrio nel suono e nella gestione degli spazi è stato naturale e spontaneo. Il disco è costellato da momenti obbligati ed altri realmente del tutto liberi, si è raggiunto fin da subito un interplay che mirasse al suono ed a contenuti espressivi. Il bandoneón ha una grande identità timbrica e se anche la gran parte dei  registri sono comuni a quelli del pianoforte, nella scrittura gli spazi sono stati pensati e pianificati perché i due strumenti potessero lavorare in sintonia, tutto il resto è venuto da sé, come quando si chiacchiera con un buon amico.
 
DD: E frutto soprattutto di un lavoro di scrittura di Emanuele che ha pensato ovviamente molto al mio suono e al mio modo di suonare, mi ha mandato le parti durante il lock down e ho trovato che molte di esse si addicevano perfettamente al mio linguaggio. Mi conosceva e aveva scritto bene e con le idee molto chiare su quello che io dovevo fare. Poi in fase di registrazione abbiamo modificato un po’ di cose ma non così tante, è stato lui l’artefice del lavoro di scrittura e arrangiamento. Dopo un concerto e un disco con il quartetto di Brunod ho capito che pianista è, e mi sono adattato. Il mio approccio è sempre quello di stare in punta di piedi e di cercare di non pestare i piedi al mio compagno. Suonando il bandoneón con uno strumento come il pianoforte mi sposto in una regione dove possa fare più la funzione del cantante che quella dell’accompagnatore, al contrario di ciò che avviene per esempio quando suono con Paolo Fresu.
 
 
 
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