Three: un espresso con Tony Buck e i The Necks

Image Credits: The Necks © The Necks

21 novembre, 2020

Gli australiani Chris Abrahams, Tony Buck e Lloyd Swanton sono i The Necks, dal 1987 suonano una musica strumentale improvvisata suggestiva e intensa. Abbiamo chiesto loro di “Three”, il loro diciottesimo album in studio pubblicato di recente. 

> Ivano Rossato 


Come sono nate le 3 lunghe e peculiari composizioni di “Three” e che approccio avete di solito alla registrazione? 
Spesso decidiamo in base in base alla “sensazione” che abbiamo di una nuova registrazione rispetto al disco precedentemente pubblicato – nel senso che ci piace creare una contrapposizione fra le varie uscite – “… l’ultimo disco è stato denso e veloce, facciamone uno disco lento e dilatato questa volta”. 
 

Con la registrazione di “Three” sembravano esserci idee opposte: fare un disco uptempo simile a “BODY”, il nostro album precedente e allo stesso tempo anche l’idea di una registrazione che contrastasse con quella musica. Avendo a disposizione più di una traccia abbiamo potuto accogliere entrambi gli approcci. 

 
Cosa ispira di più le vostre performance? 
Ognuno nel gruppo ha interessi diversi – pittura, film, sport, letteratura – quindi per quanto riguarda l’ispirazione per la musica, ci sono molte influenze diverse. Quando suoniamo dal vivo, la sala, il modo in cui si è svolta la giornata, il pubblico, ecc. tutte queste cose contribuiscono alla musica che presentiamo al pubblico in quella particolare occasione. In studio è un po’ diverso perché il processo richiede un po’ più di tempo e abbiamo la possibilità di riflettere maggiormente sul processo e sugli obiettivi che stiamo cercando di raggiungere. 
 
Come cambia il vostro approccio alla performance e all’improvvisazione in studio e dal vivo? 
In un concerto saliamo sul palco e suoniamo senza parlarci, rispondendo spontaneamente al momento in cui ci troviamo.
 
 
Vi ritrovate nella definizione di “avant-garde jazz trio” e… cosa pensate significhi essere all’avanguardia nell’arte oggi? 
Non credo che siamo davvero considerati un gruppo “avant-garde”. Il termine è un po’ stantio e irrilevante per me oggi, in quanto sembra riferirsi a un particolare movimento di arte e pensiero dall’inizio del secolo scorso. Immagino che il significato letterale del termine, se questo ha più di un significato, suggerisce che non è possibile sapere quanto uno è “avant-guard”, finché il tempo non passa e da qualche parte nel futuro si sarà dimostrato di essere stato in anticipo rispetto tuo tempo. Quindi non credo che ci sia alcun significato per essere “avant-garde” nell’arte oggi – aveva senso all’inizio del XX secolo. 
 
Dopo 33 anni di musica insieme e una discografia monumentale, come pensate che si siano evoluti il vostro stile e il vostro rapporto artistico? 
Beh, ci parliamo ancora e sembra che abbiamo ancora il desiderio di fare questa musica insieme!! Penso che stiamo ancora trovando nuovi modi per suonare insieme, nuove influenze da cui attingere e nuovi approcci da applicare alla nostra musica, mantenendo intatte le principi estetici della band, che sono sempre stati molto chiari e molto importanti per noi. Sembra che il modo in cui il gruppo si avvicina alla musica stia ancora dando i suoi frutti e continuerà a farlo nel prossimo futuro. 
 
 
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